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← L’unico pericolo è quello di non riuscire più a sentire niente

Creato il 11/08/2026, 18:36 · Aggiornato il 11/08/2026, 23:08

Capitolo 1: L’unico pericolo è quello di non riuscire più a sentire niente

@bergadavideDavide
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Dieci agosto.

Rimini.

La notte di San Lorenzo distende il suo mantello scuro sulla spiaggia.

I miei piedi nudi affondano, lenti, nella sabbia tiepida: granelli minuscoli che ancora conservano il calore assorbito durante il giorno dal torbido sole estivo.

Cammino sul bagnasciuga, dove l'asciutto incontra la risacca del mare Adriatico con un fruscio regolare che va e viene, come una marea che cerca di lavare via i miei pensieri.

Sopra la mia testa, la volta celeste è uno spettacolo vivo e maestoso, un’esplosione muta di luci e colori vibranti. Il cielo si srotola denso e trapuntato di stelle. Osservo in silenzio quella pioggia luminosa di stelle cadenti, che attraversa l'oscurità come graffi d'oro nel cielo notturno.

Mentre i satelliti lontani tracciano le loro orbite solitarie, i punti di luce fredda viaggiano nell'infinito senza fare rumore.

Guardare in alto mi dà quasi le vertigini, un senso di piccolezza che mi fa tremare le ginocchia.

E in questo scenario immenso, ben premute sulle orecchie, ci sono le cuffie, da cui risuona la voce di Jovanotti mentre canta Fango. Quella chitarra intima e viscerale fa da contrabbasso al battito disordinato del mio petto, mentre cammino lungo la riva, sotto l'immensità della notte.

La realtà, stasera, ha il sapore amaro e metallico di un rifiuto.

L'ennesimo.

Eppure tutto era iniziato in modo diverso, leggero, in quel mondo parallelo fatto di messaggi e risposte su un social network.

Lo schermo del cellulare, ora spento nella mia mano, è stato per quattordici giorni la mia finestra sul suo mondo.

Ho conosciuto Francesca due settimane fa, per puro caso, mentre scorrevo distrattamente il flusso infinito di TikTok.

Era un reel assurdo, capitato tra le dita in un pomeriggio di noia: un gattino grigio che, mentre gioca con una pallina di lana, combina un casino infernale sul pavimento di casa. Un video sciocco, da poco, ma sufficiente a far scattare la scintilla.

Un mio commento ironico lasciato sotto il filmato, aveva chissà come scatenato la sua risposta immediata, con un'emoticon di una faccina che rideva, e in un attimo la conversazione aveva cambiato binario. Da TikTok siamo passati alle foto e alle storie di Facebook, scambiandoci sguardi virtuali e frammenti di giornate, fino a scivolare nella vicinanza più stretta di WhatsApp.

Due settimane volate via alla velocità del pensiero: messaggi vocali registrati a notte fonda, quando la città dorme; confessioni scambiate a bassa voce prima di prendere sonno; fotografie di tramonti, di tazze di caffè, paure taciute a chiunque altro. Avevamo condiviso scorci di vita intimi e fragili, fatti di parole scritte sullo schermo che sembravano calde come un abbraccio.

Fino alla promessa, solenne come le cose stabilite d'estate: "Ci vediamo il dieci agosto a Rimini, in spiaggia, sotto le stelle."

E stasera ero qui. A camminare su e giù sulla riva, col cuore che batteva forte a ogni sagoma che si avvicinava nell'ombra.

Poi, improvviso, un segnale acustico.

Lo schermo del telefono s'illumina nella penombra, proiettando sul mio viso una luce fredda, violenta e artificiale.

È il nome di Francesca che lampeggia in cima alle notifiche. Un piccolo rettangolo bianco che appare sul display, portando con sé la sentenza: "Davide stasera non vengo, sono con Michele."

Michele il suo ex, quello che la tradisce ripetutamente da più di un anno…

Poche parole.

Secche, spigolose, pulite.

Uno schiaffo muto.

Un messaggio che scivola via veloce sul vetro lucido, senza peso né voce. Subito inghiottito da tanti altri messaggi e perso per sempre nel flusso infinito, tra una notifica di aggiornamento e la pubblicità di un brand.

In un secondo, due settimane di parole, di attese, di condivisioni che credevo profonde, si sbriciolano come un castello di sabbia travolto dalla prima onda.

Rimane solo il vuoto di uno schermo che torna nero.

Intorno a me, la spiaggia di Rimini continua la sua vita indifferente. Poco più in là, le luci della spiaggia illuminano i volti di gruppi di ragazzi che ridono, scherzano, vivono. Risate estranee, che mi rimbalzano addosso senza toccarmi.

Le spiagge dei bagni vicini pulsano dell'eco di una festa, i bassi della musica dance fanno tremare la sabbia sotto i talloni: un inno alla gioia collettiva che stasera non mi appartiene, che mi fa sentire ancora più solo, ancora più escluso.

Eppure, fermo nel buio, lontano da quelle luci, respiro. Sento l'aria fredda della notte riempirmi i polmoni.

Rifletto: l'inferno non è questo rifiuto bruciante. L'inferno non è la ferita all'orgoglio, non è la delusione di essere stato sostituito in un secondo. L'inferno non è nemmeno la solitudine di questo momento, o il trovarsi isolato in mezzo a una moltitudine di ragazzi che fanno festa.

L'inferno reale è una trappola più sottile e pericolosa: è l'accettare il vuoto che ti viene rovesciato addosso, è la tentazione di chiudersi in se stessi e di smettere di rischiare, di lasciare che il cuore, per difendersi dal dolore, si trasformi piano piano in una lastra di ghiaccio rendendoci impermeabili a tutto.

Spengo definitivamente lo schermo, spingendolo forte nella tasca dei pantaloni. E di colpo, senza il filtro di quel display, il brusio di questo vecchio mondo entra dentro di me, disordinato, caotico e finalmente reale.

Mi fermo a guardare la società che mi circonda. La realtà di stasera è come una pentola incandescente che bolle di frasi dette a metà, di convenzioni sociali vuote, di dialoghi superficiali che si incrociano nell'aria: "Come stai? Quanto costa? Che ore sono? Che si dice? Ci si vede."

Parole lette o ascoltate mille volte, vuote e prive di reale sostanza. Comprendo con una chiarezza quasi dolorosa che nulla è veramente reale là fuori, se non quello a cui tu decidi di dare valore.

È reale solo ciò a cui permetti di varcare la soglia e di toccarti davvero nel profondo.

"La città è un film straniero senza sottotitoli", canta Lorenzo dritto nelle mie orecchie.

Ed è vero: mi guardo attorno e vedo ombre che si muovono, persone che parlano lingue che non capisco, immerse in una finzione collettiva.

"Un cartello di sei metri dice che tutto è intorno a te, ma ti guardi intorno e invece non c'è niente." dice Lorenzo nel ritornello nella mia testa.

Jovanotti fotografa esattamente questo: il paradosso di un mondo iperconnesso che ti promette tutto con un click, ma che poi ti lascia a mani vuote sulla spiaggia, con il freddo dentro al cuore.

Ma la canzone non si ferma all'amarezza.

No, invece la musica sale, prende corpo, riflettendo su ciò che conta davvero.

E io mi ritrovo profondamente d'accordo con la sua visione: questo è un mondo vecchio, stanco e sgangherato, che sta insieme soltanto grazie a quelli che hanno ancora il coraggio di innamorarsi, di cercare una connessione autentica e di ascoltare una musica che fa pompare il sangue nelle vene. Un ritmo che fa venire voglia di svegliarsi, di alzarsi in piedi e di smettere una volta per tutte di lamentarsi.

Perché, l'unico pericolo che si avverte veramente, è quello di non riuscire più a sentire niente.

Nonostante l'amarezza di questa notte, alzo il volume al massimo, finché le note di Fango non diventano una vibrazione fisica nel petto. È un ritmo che mi scuote, che mi strappa via dal torpore della delusione.

Mi ricorda che la vita non è la promessa mancata di una ragazza su uno schermo.

La vita è adesso!

È qui, spalancata davanti ai miei occhi.

L'inferno risiede soltanto nelle brutture su cui scegliamo di fissare lo sguardo, quando decidiamo deliberatamente di voltare la testa dall'altra parte per non vedere tutto il bello, il buono e il vero che ci circonda.

Perché l'unico vero inferno, il solo e unico pericolo in agguato da cui dobbiamo guardarci, non è la ferita di un rifiuto, non è il dolore di stasera.

Il pericolo vero è l'anestesia dell'anima: è il non riuscire più a sentire niente!

Sento ogni singola fibra del mio corpo rispondere alla notte. Sento il battito imperioso e ostinato di un cuore vivo che rimbomba nel petto. Sento la passione che non si spegne, la sete d'infinito, l'evoluzione in atto dentro di me, l'energia pura che si scatena libera nell'aria, persino nell'assenza.

Nell'assenza di Francesca, una ragazza che aveva promesso un incontro dopo due settimane di schermi accesi, parole condivise e illusioni create a distanza.

All'improvviso, una risata mi sale alla gola, e insieme alla risata una lacrima. Rido e piango contemporaneamente, in un abbraccio unico e catartico.

È come una rinascita.

Comprendo che alla vita non importa nulla dei nostri piccoli drammi.

La vita non si ferma a consolarti: la vita spinge sempre, preme, germoglia, scorre potente e inesorabile. La vita, non si cura affatto di noi quando scegliamo di fissare soltanto il fango sotto i piedi e il brutto delle cose che ci succedono.

E così, immerso in questa spinta primordiale, istintivamente non mi sento più solo.

So che non sarò mai solo, anche se su questa riva sconfinata di Rimini stasera ci sono soltanto io a guardare l'orizzonte.

Tutto fa parte di un insieme più grande: tra le stelle cadenti sopra la mia testa e il mare davanti ai miei piedi.

In questa magnifica, dolorosa e perfetta notte d'estate, io faccio la mia scelta: scelgo di guardare solo il bello.

Apro le braccia alla notte e mi fondo con l'infinito del cielo stellato sopra di me e con il fango denso delle delusioni inevitabili che continueranno inevitabilmente a cad

ermi addosso, ma che sono il prezzo da pagare per restare vivi.

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