Vai al contenuto principale

← In principio una tempesta

Creato il 20/08/2026, 23:05 · Aggiornato il 20/08/2026, 23:07

Capitolo 1: Capitolo 1

@ellygattinaEllygattina
AdolescentiIn corso

Avvertenze (opera)

  • Copertina AI
  • Violenza
Scarica EPUB (capitolo)

Tocca un passaggio (o un’immagine) per aprire il filo commenti a fianco. I link nel testo restano cliccabili.

Il tempo stava peggiorando rapidamente, ma il piccolo Eren, nonostante il freddo e la stanchezza, non poteva fermarsi: doveva trovare per forza del cibo da dividere con i suoi amici o non sarebbero sopravvissuti ancora a lungo, visto che da giorni faticavano a mettere sotto i denti un pezzo di pane.

Finché viveva con i suoi genitori non aveva mai pensato a quanto potesse essere difficile procurarsi da mangiare, ma ora lo sapeva fin troppo bene. Li aveva persi entrambi mesi prima, quando l'impero di Marley aveva saccheggiato e distrutto il loro villaggio durante un'incursione nel regno di Paradis, e da allora lui e Mikasa, sua sorella adottiva, avevano dovuto arrangiarsi. Per fortuna, mentre cercavano di fuggire verso la città più vicina insieme ad altri superstiti, avevano incontrato il loro amico Armin, anche lui da solo, e avevano deciso di unire le forze.

Si era rivelata un'ottima soluzione per tutti e tre, ma all'arrivo dell'inverno i problemi si erano moltiplicati e sopravvivere alle giornate sempre più fredde era diventata un'impresa. Alla fine Armin, di salute cagionevole da che avevano memoria, si era ammalato ed erano giorni che i suoi compagni di sventura, preoccupati, facevano del loro meglio per procurarsi cibi più nutrienti del solito. Purtroppo, però, i pochi soldi che riuscivano a guadagnare non erano certo aumentati con una persona in meno al lavoro e quella sera Eren, affamato come non mai, aveva insistito per uscire lui in cerca di provviste a qualunque costo, mentre Mikasa sarebbe rimasta nel loro rifugio ad accudire l’amico.

Come aveva immaginato, la sorella non era stata molto d'accordo con la sua decisione, ma non aveva potuto fare altro che rassegnarsi, raccomandandogli di stare attento mentre lo guardava uscire, nei suoi vestiti troppo leggeri, sotto un cielo nuvoloso che prometteva neve. In realtà sapeva anche lui che Mikasa aveva ragione a dire che non era la serata giusta per andare in giro, ma il loro stomaco reclamava cibo e Armin aveva bisogno di mangiare per superare la malattia.

Purtroppo non c’era nessuno per le strade e, sapendo per esperienza che non era una buona idea bussare alle porte delle case, si era spinto in una zona che non conosceva nella speranza di riuscire a elemosinare qualcosa da dividere con i due compagni, offrendo come sempre in cambio i suoi servigi per un qualsiasi lavoretto, nonostante la giovanissima età.

Nel frattempo la fastidiosa pioggerellina che aveva iniziato a cadere quasi subito si era trasformata pian piano in una bella nevicata, che fino a qualche mese prima l’avrebbe reso felice come poche altre cose al mondo, ma quel giorno non aveva tempo né compagnia per giocare e aveva continuato per la sua strada, augurandosi di trovare presto ciò che cercava mentre lottava con i vestiti per lasciare scoperta quanta meno pelle possibile.

Sembrava però che la fortuna non fosse affatto dalla sua parte quella sera perché i candidi fiocchi, sempre più grandi e fitti, gli avevano coperto quasi del tutto la visuale, facendogli perdere la strada. Senza avere la minima idea di come ci fosse finito, infatti, a un certo punto si era ritrovato probabilmente all'estrema periferia della città, dove le case erano molto più distanti le une dalle altre e per la maggior parte già buie. Doveva essere più tardi di quanto pensasse ed Eren immaginò, suo malgrado, i volti preoccupati dei suoi amici mentre si domandavano, ansiosi, dove fosse finito. Il problema era che non lo sapeva nemmeno lui e non aveva quindi nessuna idea di come tornare da loro.

Mezzo congelato e con lo stomaco che brontolava, gli sfuggì un lamento che si perse nel turbinio di fiocchi intorno a lui mentre cercava invano un punto di riferimento qualsiasi. Di tanto in tanto c’erano ancora dei lampioni a illuminare la strada, ma a parte questo non vedeva quasi più nulla per il buio e la neve e alla fine dovette rassegnarsi ad accettare la realtà: arrivare a casa in quelle condizioni sarebbe stato impossibile. Era molto meglio trovarsi un riparo per passare la notte, augurandosi di essere ancora vivo la mattina dopo per tornare dai suoi compagni. Gli dispiaceva lasciarli soli e sicuramente preoccupati per tanto tempo, ma era la soluzione migliore per tentare di sopravvivere.

Con gli occhi che lacrimavano per il vento gelido, riuscì a scorgere in lontananza la sagoma di una casa che si stagliava scura sulla neve e si costrinse a dirigersi da quella parte. Sembrava irraggiungibile, ma per darsi forza si aggrappò al pensiero dei suoi amici, che lo aspettavano nel loro rifugio, mentre metteva faticosamente un piede davanti all'altro.

Gli parve di impiegare ore a raggiungerla, ma alla fine si trovò a pochi metri dall’edificio avvolto nell'oscurità.

Osservando le condizioni di porte e finestre, capì che doveva essere abitato e si sforzò di non pensare al tepore che doveva esserci all'interno. Una parte di lui avrebbe voluto bussare e implorare un angolino vicino alla stufa, ma non aveva idea di chi ci vivesse e preferì optare per un capanno a poca distanza dalla casa. Non era un granché, ma sempre meglio che passare la notte all'aperto sotto una tempesta di neve.

Pregando di non essere scoperto, cominciò a spingere la vecchia porta fino ad aprirne uno spiraglio, intrufolandosi veloce all'interno prima di richiuderla.

Era un ambiente piccolo e pieno di spifferi, ma Eren riuscì lo stesso a trovare un angolo più riparato vicino a una catasta di legna bene impilata.

Con un lieve sorriso sulle labbra, vi si rannicchiò contro più che poteva nel tentativo di scaldarsi un po', mentre i brividi lo scuotevano così tanto da fargli male.

Grato di essere finalmente seduto in un posto meno freddo, ripensò ai suoi amici, chiedendosi con apprensione se la febbre di Armin fosse scesa e se Mikasa fosse riuscita ad addormentarsi anche senza di lui. Non sarebbe stata certo la prima volta che si rifiutava di cedere al sonno prima del suo ritorno e sperò che avesse almeno il buonsenso di non uscire a cercarlo. Si sentiva in colpa nei suoi confronti al pensiero di cosa avesse sopportato in quelle ore, non vedendolo tornare, ma non poteva farci nulla ed era inutile che rischiasse anche lei, lasciando oltretutto da solo il loro amico.

Per chissà quale associazione di idee, gli tornarono in mente i suoi genitori e fu con la loro immagine ancora nella testa che chiuse gli occhi poco dopo senza volerlo, sprofondando presto nel mondo dei sogni.

Nel frattempo uno degli abitanti della casa, un giovane uomo di nome Levi, si era alzato dal suo rifugio sotto le coperte, imprecando a bassa voce contro il vento gelido che si infilava ovunque fischiando e trasformando in una ghiacciaia la stanza che divideva con il suo ex comandante nell'esercito, ormai diventato suo compagno di vita. Erano stati congedati alcuni mesi prima dopo aver riportato sul campo delle gravi ferite, che secondo il generale avrebbero impedito loro di essere ancora utili nelle forze armate, e da allora vivevano insieme nella casa in cui Erwin era cresciuto. Un cambiamento che all’inizio era stato un duro colpo per entrambi, ma alla fine avevano dovuto ammettere che non era poi così male, visto che per fortuna erano ancora insieme e in grado di cavarsela abbastanza bene da soli.

Zoppicando leggermente per il dolore alla gamba rimasta danneggiata, che nelle giornate umide e fredde gli dava parecchia noia, si costrinse a dirigersi verso l'angolo in cui tenevano la legna prima di ricordarsi che avrebbe dovuto andare a prenderla nel capanno vicino alla casa. Di solito stavano attenti ad averne sempre una piccola scorta già pronta per ogni evenienza, ma era evidente che quel giorno se ne fossero dimenticati e, quando aveva fatto l’infelice scoperta qualche ora prima, aveva dovuto convenire con il suo compagno che uscire al buio sotto una tempesta di neve in piena regola per rimediare non era affatto una buona idea. Per fortuna lo scaldaletto sotto le coperte aveva garantito loro, almeno all'inizio, un ambiente confortevole, che purtroppo non era durato abbastanza a causa di quel maledetto vento.

Erwin, che doveva averlo sentito alzarsi, si offrì di andare al suo posto, ma Levi rifiutò secco la proposta. Era vero che il compagno aveva sempre sofferto il freddo meno di lui, ma era altrettanto vero che la sua ultima battaglia l'aveva anche privato di un braccio.

Stretto nel suo cappotto e con un pesante berretto di lana in testa, affrontò quindi la bufera, diretto verso il capanno, appuntandosi mentalmente di controllare ogni giorno che la scorta di legna nell'angolo fosse sufficiente ad affrontare anche la notte.

Arrivato alla sua meta, aprì la porta con una spallata e accese a fatica la lampada fissata a un gancio vicino alla porta, illuminando la catasta di legna e un bambino sconosciuto rannicchiato lì accanto con gli occhi chiusi e i vestiti pieni di neve.

Lo guardò stranito per qualche secondo, del tutto impreparato a quella vista, finché uno spiffero gelido non gli ricordò che avrebbe fatto meglio a controllare se era vivo. Non osava immaginare da quanto tempo fosse lì a patire il freddo e il ricordo di sé stesso alla sua età nei bassifondi della capitale gli annodò lo stomaco. Conosceva bene la miseria e la disperazione che portavano a cercare riparo in un posto che di certo non poteva offrirne e gli sfuggì un sospiro mentre si chinava su di lui.

«Ehi, tu» lo chiamò, scuotendolo leggermente per una spalla dopo avergli appoggiato piano due dita sul collo per sentire il battito.

Dovette provarci un altro paio di volte prima che il piccolo aprisse gli occhi, guardandosi intorno con aria confusa.

«Cosa ci fai qui?» chiese serio Levi.

Non ottenne risposta e la scena si ripeté con le altre domande che gli rivolse. Voleva capire chi fosse e da dove venisse, dal momento che non gli sembrava di averlo mai visto da quelle parti, ma il bambino si limitava a fissarlo con quell’espressione un po’ vacua e Levi, pur sapendo che probabilmente era colpa del freddo, della fame o di chissà cos’altro, sentì montare l’irritazione. Non era mai stato un tipo molto paziente e la situazione tutt’altro che piacevole non giovava di certo.

«Il gatto ti ha mangiato la lingua?» sbottò alla fine in tono più duro di quanto volesse e finalmente il piccolo parve riscuotersi.

«Mi dispiace, cercavo solo un riparo per la notte e sono finito qui. Non volevo fare nulla di male» spiegò a fatica senza quasi osare guardarlo, l’espressione spaventata come se temesse di essere colpito da un istante all’altro.

Nulla di più lontano dalla realtà, visto che Levi non era tipo da alzare le mani su un bambino per così poco, ma se non altro era riuscito a farlo reagire.

Dispiaciuto di aver esagerato, si lasciò sfuggire un lieve sbuffo mentre rifletteva sul da farsi: la prudenza gli consigliava di non farlo entrare in casa per la sicurezza sua e di Erwin, ma l’istinto gli suggeriva che non si trattava di un criminale com’era lui alla sua età e sapeva fin troppo bene che abbandonarlo lì significava condannarlo a morte certa. Purtroppo il vecchio Kenny aveva ragione a dire che aveva il cuore tenero e alla fine decise di cedere, augurandosi di non doversene pentire.

«Ce la fai ad alzarti, moccioso?» chiese burbero.

«Sì» sussurrò il bambino, abbassando gli occhi per non mostrargli la delusione nel suo sguardo. Per un attimo si era illuso che l’uomo gli avrebbe permesso di restare, ma a quanto pare si era sbagliato e in quel momento non aveva la forza di implorare pietà nella speranza di convincerlo. Era troppo stanco e voleva solo continuare a dormire, visto oltretutto che il freddo si era misteriosamente placato.

«Dove stai andando?» chiese Levi stupito, vedendolo dirigersi verso la porta barcollando come se fosse ubriaco.

Una volta appurato che il piccolo era in grado di muoversi, aveva riportato la sua attenzione alla legna nel tentativo di guadagnare un po’ di tempo, prima che Erwin decidesse di raggiungerlo per controllare che andasse tutto bene, ma con la coda dell’occhio aveva notato un movimento in una zona inaspettata del capanno.

«Tolgo il disturbo» rispose il bambino con voce debole e triste, allungando la mano verso la maniglia.

«Non ci siamo capiti, moccioso. Tu vieni a casa con me» disse serio.

«Davvero, signore?» domandò incredulo il piccolo.

«Vuoi morire congelato?»

«No, signore. Grazie!» rispose, illuminandosi tutto.

Levi accennò a sua volta un sorriso, suo malgrado intenerito, e stava per dirgli di aiutarlo con la legna nel tentativo di darsi un tono quando lo vide sbandare pericolosamente di lato e solo la prontezza di riflessi dell’ex soldato gli impedì di urtare alcuni attrezzi che avrebbero potuto fare a entrambi parecchio male.

Il bambino si agitò sentendosi afferrare e sollevare da terra, ma bastò una lieve pressione con il braccio per farlo desistere.

«Mi sa che dovrò portare tutto io per questa volta» sbuffò l'uomo, leggermente infastidito. «Tieniti forte a me, tu» aggiunse poi, rivolto al piccolo, che obbedì tremando dopo un attimo di esitazione.

Levi non avrebbe saputo dire se per il freddo o la paura, ma decise di accantonare il pensiero, concentrandosi sul difficile compito di portare a casa lui e qualche ciocco di legno per cominciare ad accendere il fuoco. Era evidente che il loro ospite fosse in condizioni peggiori di quanto credesse ed era meglio fornirgli al più presto un minimo di calore.

Rinunciò subito all'idea di fargli spegnere la lampada ancora accesa – tanto sarebbe dovuto tornare di lì a poco nel capanno per prendere altra legna – e si avviò di nuovo verso casa, stando attento a non inciampare. Mancava solo di finire entrambi lunghi distesi nella neve in un momento simile.

Arrivato sulla soglia, non dovette neanche sforzarsi di aprire la porta o bussare, visto che quasi si scontrò con Erwin, già pronto per uscire.

«Stavo venendo a cercarti. Tutto bene?» domandò preoccupato, percorrendolo in fretta con lo sguardo. «E questo bambino?» aggiunse poi stupito, spostandosi per lasciarlo entrare.

«L’ho trovato nel capanno. Si sarà perso, immagino» spiegò Levi, affidandogli la legna che teneva ancora sotto il braccio prima di dirigersi con il loro ospite verso il divano davanti al camino.

Come purtroppo si aspettava, dovettero aiutarlo a togliere scarpe e vestiti bagnati prima di avvolgerlo, dalla testa ai piedi, in una delle coperte portate da Erwin, visto che il piccolo sembrava riuscire a malapena a tenere gli occhi aperti. Doveva essere in grave ipotermia e Levi, una volta assicuratosi che fosse seduto in posizione stabile, si affrettò a ravvivare le fiamme nel camino mentre il compagno metteva a scaldare la zuppa rimasta dalla cena di quella sera. Il bambino era molto magro ed entrambi sperarono di riuscire a fargli mangiare qualcosa di caldo, augurandosi che bastasse per salvargli la vita.

Quando finalmente la fiamma si riaccese, Levi si costrinse a riprendere in mano cappotto e cappello bagnati, che aveva abbandonato in fretta sullo schienale di una sedia, per tornare nel capanno, ma Erwin, arrivato in quel momento con una scodella di zuppa fumante, era di un altro parere.

«Vado io questa volta» disse premuroso.

«Non ce n'è bisogno. Ci metto un attimo.»

«Hai già preso abbastanza freddo, Levi, e so che la gamba ti fa male. Stai pure qui con lui davanti al camino, così lo aiuti a mangiare.»

Levi provò ancora a protestare, ma l'ennesimo brivido da quando si era svegliato e una fitta improvvisa al ginocchio malandato lo costrinsero alla resa.

«Torno presto» lo rassicurò Erwin con un sorriso, stringendosi bene nel cappotto prima di affrontare a sua volta la bufera.

Levi sospirò, ma non poté far altro che tornare in silenzio verso il divano, dove il piccolo era ancora seduto nella stessa posizione di poco prima con lo sguardo perso nel vuoto.

«Ti abbiamo scaldato un po' di zuppa. Ti farà bene, vedrai» disse gentilmente, avvicinandogli il cucchiaio alle labbra screpolate. Da ciò che avevano visto fino a quel momento, infatti, non era neanche pensabile che riuscisse a mangiare da solo.

Il bambino reagì lentamente, ma alla fine aprì appena la bocca, deglutendo a fatica. Sembrava davvero esausto, ma l’uomo lo esortò a sforzarsi di mandarne giù ancora un po’.

Qualche minuto dopo tornò Erwin, con i vestiti a sua volta pieni di neve, chiedendo subito come stava il loro ospite.

Al momento non sembravano esserci grandi miglioramenti e l’ex comandante si affrettò ad aggiungere altra legna al camino, permettendo a quel piacevole tepore di avvolgerli tutti e tre nel silenzio rotto solo dal crepitio del fuoco e dalle voci degli adulti, che cercavano di tenere sveglio il bambino.

Sospirarono entrambi di sollievo quando la scodella fu vuota e il piccolo, nonostante la stanchezza, mostrò segni di ripresa. Il volto ancora pallido aveva un colorito più normale e lo sguardo era sicuramente più presente.

«Dove sono?» domandò confuso e leggermente spaventato mentre si guardava intorno.

«Al sicuro» lo tranquillizzò Erwin con la sua voce gentile. «Come ti chiami?»

«Eren» rispose in un sussurro. Sembrò sul punto di aggiungere qualcosa, ma fu interrotto da un violento brivido e i due uomini, intuendo la domanda rimasta inespressa, si presentarono a loro volta.

Il piccolo li osservò curioso e stupito sentendo che erano ex soldati del Corpo di Ricerca, ma il suo sguardo si rabbuiò appena seppe che erano stati feriti nella battaglia di Shiganshina. Con gli occhi bassi e la voce tremante, raccontò di esserne fuggito per miracolo insieme alla sorella adottiva e a un caro amico dopo aver visto morire i suoi genitori.

Non si accorse del dolore sul volto degli adulti, che si guardarono per un attimo senza sapere cosa dire: non si erano mai perdonati per tutte le vite andate perse in quella battaglia disastrosa e conoscere uno dei pochi superstiti di quel grosso villaggio che non erano riusciti a salvare era stato un ulteriore colpo al cuore.

Fecero appena in tempo a lasciarsi sfuggire un lieve sospiro carico di rimpianto prima che il bambino li facesse trasalire.

«Armin e Mikasa! Come ho potuto dimenticarmene?» esclamò infatti all’improvviso, facendo uno scatto insospettabile per cercare di alzarsi. Ci aveva messo fin troppo, ma parlare di loro gli aveva ricordato la difficile situazione che aveva affidato alla sorella chissà quante ore prima e si sentiva in colpa per essersi riempito la pancia per la prima volta dopo tanto tempo, del tutto dimentico dei suoi compagni.

«Cosa pensi di fare?» sbottò in tono duro Levi, che per fortuna era stato svelto a bloccare sul nascere il pericoloso tentativo di saltar giù dal divano. Non che Eren avesse molte probabilità di andare lontano, a onor del vero, ma non era certo il caso di aggiungere una rovinosa caduta ai loro già numerosi problemi.

«Avrei dovuto portare loro un po’ di cibo» rispose mogio, lanciando un’occhiata colpevole alla scodella vuota rimasta sul tavolino. In realtà sapeva che non sarebbe mai riuscito a portare nel loro rifugio una simile prelibatezza, ma riusciva quasi a vedere gli sguardi di rimprovero dei suoi amici per quel piatto negato, che avrebbe permesso ad Armin di recuperare un po’ di energia, necessaria per guarire, e a Mikasa di sopravvivere ancora per qualche giorno.

Nonostante i suoi salvatori sembrassero persone di buon cuore, però, non aveva il coraggio di chiedere gli ingredienti per offrire a entrambi qualcosa di più sostanzioso di qualche pezzo di pane secco al giorno; del resto, a voler essere obiettivo, aveva seri dubbi di riuscire anche solo a muovere qualche passo e il loro rifugio, ammesso di ritrovare la strada, doveva essere molto lontano.

«È per questo che eri in giro con questo tempo?» chiese Levi in tono più basso, lo sguardo indecifrabile mentre scene del suo passato si affacciavano di nuovo nella sua mente per l’ennesima volta da quando aveva trovato quel bambino sfortunato.

«Sì» confermò tristemente Eren. «Non avevamo scelta, visto che Armin è malato e sono giorni che quasi non tocchiamo cibo.» Valeva soprattutto per lui e Mikasa, che da quando erano comparsi i primi sintomi avevano spesso ceduto all’amico una buona parte della loro razione, cercando allo stesso tempo di nascondergli quella scomoda verità, acuita dalle spese per le medicine che si sforzavano di comprare a scapito della loro sopravvivenza. Nonostante tutto, non erano disposti a rinunciare all’ultimo legame rimasto con il loro villaggio ed entrambi ricordavano ancora i rimedi che gli somministravano suo nonno e il signor Jaeger, che a volte loro stessi avevano aiutato a preparare. Purtroppo non stavano funzionando come speravano e non potevano permettersi di consultare un medico, protraendo così quella difficile situazione.

«Cos’ha il tuo amico?» si informò subito Erwin con un’ombra di preoccupazione nello sguardo. Si sentiva in colpa anche solo a pensarlo, ma negli ultimi tempi c’era stata un’epidemia tuttora in corso nei quartieri più poveri da cui, probabilmente, arrivava Eren e la situazione poteva diventare pericolosa anche per loro.

Immaginò che Levi pensasse lo stesso, a giudicare dall’espressione, e si augurò che i loro timori fossero infondati. Gli sarebbe dispiaciuto dover mettere alla porta un bambino che, in fondo, aveva perso tutto anche a causa loro. Si erano impegnati come sempre a respingere gli invasori, ma, una volta appresa l’entità del disastro, non aveva potuto fare a meno di passare in rassegna ogni sua decisione di quel giorno, rimpiangendone le scelte tra mille domande. Sapeva che Levi e gli altri ufficiali superstiti avevano fatto lo stesso, cercando inoltre, come sempre, di alleviare il suo senso di colpa, ma era naturale che lui, in quanto comandante, avesse comunque maggiori responsabilità rispetto ai suoi sottoposti, e la consapevolezza che tutto questo era inutile e dannoso non aiutava nessuno di loro a smettere di torturarsi quando quei pensieri si affacciavano di nuovo nelle loro menti.

«Nulla di grave, credo. Febbre alta e tosse, ma è sempre stato cagionevole di salute e i sintomi non mi sembrano diversi dalle altre volte» aveva intanto risposto pensieroso il piccolo, intuendo fin troppo bene il timore inespresso dei due adulti e descrivendo poi brevemente la situazione di tutti e tre.

Era un miracolo che i suoi salvatori non l’avessero ancora cacciato e sperò che le sue parole dissipassero i loro dubbi. Credeva davvero che non ci fosse alcun pericolo per loro e non voleva neanche immaginare di ritrovarsi di nuovo in mezzo alla neve – si augurava tutto intero – per il resto della notte.

«Non puoi comunque uscire per il momento. Hai rischiato grosso in quel capanno e ci vorrà tempo per riprenderti» disse alla fine Erwin dopo un rapido scambio di sguardi con il compagno. Se il bambino era stato sincero, non doveva trattarsi della temuta malattia che aveva già fatto tante vittime e potevano quindi permettersi di aiutarlo senza remore.

Da parte sua Eren lo guardò con tanto d’occhi, senza quasi osar credere alle sue orecchie. Non era la risposta che si aspettava e sentì l’ennesima ondata di gratitudine nei loro confronti. Ora che ci pensava, i suoi salvatori non dovevano la loro fama alle sole doti militari, ma non avrebbe mai sperato che le voci sul buon cuore degli eroi di guerra che aveva tanto ammirato fin da piccolo fossero vere. Era stato fortunato, nonostante tutto, ma si sentiva in colpa a poterne godere solo lui. La sola famiglia che gli era rimasta era ancora al freddo e senza cibo in quel rifugio di fortuna che avevano trovato tempo prima e non aveva idea di come aiutarli. Era figlio di un medico e suo padre gli aveva insegnato abbastanza da sapere che Erwin aveva ragione, eppure era difficile rassegnarsi ad aspettare.

«Ma io devo tornare da loro con qualcosa da mangiare» insistette infatti con la voce che tremava appena, parlando più a sé stesso che all’uomo.

«Non arriveresti nemmeno alla porta in queste condizioni. Hai bisogno di riposare al caldo ancora per un po’» intervenne deciso Levi, sperando di riuscire a farlo ragionare. Sapeva per esperienza cosa stava provando, ma, al contrario di lui, con ogni probabilità, era ben consapevole delle sue reali condizioni. La situazione era già migliorata molto, per fortuna, ma ci sarebbe voluto del tempo perché tornasse alla normalità, permettendogli di raggiungere i suoi compagni di sventura.

Con sua grande sorpresa, il piccolo annuì dopo qualche secondo di silenzio, appoggiandosi di nuovo allo schienale del divano con un sospiro di rassegnazione. Il senso di colpa e il bisogno di fare qualcosa per i suoi amici restavano, ma era chiaro che in quel momento non sarebbe riuscito a fare nemmeno un passo e riempirsi finalmente lo stomaco dopo tanto tempo gli aveva fatto venire ancora più sonno. Con un po’ di fortuna, qualche ora di riposo al calduccio gli avrebbe permesso di recuperare abbastanza energie per tornare a casa, possibilmente con del cibo trasportabile per Armin e Mikasa, augurandosi di ritrovarli entrambi. Sebbene gli pesasse ancora dover chiedere quel bene indispensabile, sia pure in cambio del suo lavoro, avrebbe fatto qualunque cosa per garantire la loro salvezza e il giorno dopo, a mente più lucida, sarebbe tornato alla carica.

«Bravo, cerca di dormire adesso. Ci sarà tempo più tardi per trovare una soluzione» disse intanto Erwin, sospirando impercettibilmente di sollievo quando lo vide chiudere gli occhi e sprofondare ancora di più nel divano come se non aspettasse altro. Gli dispiaceva pensare che là fuori, in un rifugio che si augurava fosse almeno riparato dal freddo, ci fossero altri due bambini in difficoltà, ma al momento non c’era davvero nulla da fare: di sicuro Eren non era in grado di fornire indicazioni su come trovarlo ed era molto probabile che i suoi compagni non si sarebbero comunque fidati delle loro parole se fossero andati a prenderli da soli.

«Purtroppo è così» sospirò assorto Levi, che aveva cercato a sua volta delle possibili soluzioni senza trovarle, appena fu sicuro che il bambino si fosse addormentato.

«Da quello che ha detto, la situazione non dovrebbe essere troppo grave» disse Erwin, cercando, in realtà, di rassicurare entrambi.

Il compagno annuì e i due uomini, consapevoli che ormai sarebbe stato inutile provare a riaddormentarsi sul divano come avrebbero voluto fare all’inizio, si limitarono a cercare una posizione più comoda vicino al camino. Non doveva mancare molto al sorgere del sole ed era meglio tenere d’occhio Eren per ogni evenienza. Non temevano più che potesse far loro del male, ma nell’esercito avevano affrontato abbastanza casi di ipotermia da sapere che il piccolo non era ancora fuori pericolo.

Si strinsero quindi il più possibile l’uno all’altro, cercando di proteggersi dal freddo effettivo e dai tristi ricordi che solo la vicinanza della persona amata poteva dissipare mentre aspettavano l’alba di un nuovo giorno decisamente diverso da come l’avevano immaginato la sera prima.

Note di capitolo

Prompt: “L’ho trovato nella…” / Kidfic / “Il gatto ti ha mangiato la lingua?” (Writeptember 2022, giorno 1) + “Come mai ti trovi qui?” (Family doesn’t end with blood) + Piccolino / Ricordare (Anti Ferragosto 2026)

Angolo autrice:

Ciao a tutti e grazie per essere arrivati fin qui! Era da un po’ che non scrivevo in questo fandom, ma in questi giorni ho ritrovato per caso questa vecchia fic che si adattava bene ai prompt dell’Anti Ferragosto challenge e finalmente sono riuscita a finirla. u.u Spero che la storia vi sia piaciuta e di averli resi bene, nonostante l’argomento un po’ triste. Era nata come one-shot, ma è molto probabile che in un futuro (spero) non troppo lontano aggiungerò almeno un altro capitolo. Fatemi sapere che ne pensate di questa prima parte, se vi va, e grazie per il tempo che mi avete dedicato anche solo leggendo. <3

Come ho scritto nell’introduzione, questa fic partecipa alle challenge Writeptember 2022 (meglio tardi che mai, no? XD), Family doesn’t end with blood e Anti Ferragosto 2026, indette dal gruppo fb Hurt/Comfort Italia - Fanart and Fanfiction. Passate a trovarci se anche voi amate questo genere! 😉

Se siete fan di Genshin Impact, Honkai Star Rail o le opere di Hiro Mashima, potrete conoscere altri appassionati di questi mondi meravigliosi nei miei gruppi facebook:

Genshin Impact Italia (fan group)

Honkai Star Rail Italia (fan group)

Fairy Tail & Edens Zero Italian fan group.

Vi aspettiamo numerosi, ma ricordatevi di leggere la presentazione esterna e il regolamento per il bene di tutti, please! 😉

Se volete, potete trovarmi anche nella mia pagina facebook (oltre che su Instagram e Twitter/X), dove posto le mie color e i link delle fanfiction.

Penso di non avere altro da aggiungere, quindi per ora vi saluto.

Bacioni e alla prossima!

Ellygattina

Commenti

I commenti sui singoli passaggi si aprono dal fumetto accanto al testo; qui sotto trovi solo i commenti al capitolo intero.

Caricamento…