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Il Cercatore
Lia strisciò fuori da sotto una trave crollata, sputando un grumo di polvere grigiastra. Il sapore era quello di sempre: cemento polverizzato, ferro arrugginito e il retrogusto dolciastro del tempo che marcisce. Aveva le mani graffiate, i polpastrelli che pulsavano di un dolore sordo, ma non si fermava. Suo padre, Marco, diceva sempre che nelle rovine il tempo non è fatto di minuti, ma di respiri: se ne sprechi troppi a lamentarti, il buio ti mangia.
Quello era il settore Nord del Silenzio, una distesa di scheletri urbani che una volta, dicono i Vecchi, si chiamava metropoli. Tre anni prima, i lupi avevano preso suo padre proprio lì vicino, tra le carcasse metalliche delle "auto". Lia aveva imparato a sentire il pericolo dal modo in cui cambiava l'odore dell'aria, ma quel giorno l'aria era ferma, pesante, quasi elettrica.
Cercava rame, o magari qualche vecchia cella energetica ancora sigillata. Qualcosa che potesse scambiare a Rivamonte per una razione di carne vera, non quella poltiglia di tuberi e muffa che mangiava da giorni. Si infilò in una fessura tra due muri di mattoni rossi, lì dove il soffitto era sprofondato creando una bolla d'aria.
Stava spostando un blocco di gesso quando le dita sfiorarono una superficie diversa. Non era il gelido ferro, né la rugosità della pietra. Era qualcosa di liscio, quasi setoso sotto la crosta di fango. Scavò con furia, ignorando le unghie che si spezzavano.
Apparve una scatola di legno allungata, con il ventre curvo e un collo lungo, sottile, terminante in una testa con piccoli pioli di metallo. C’erano delle corde, o meglio, quello che ne restava: fili tesi che parevano nervi di un animale preistorico. Lia non sapeva cosa fosse. Poteva essere una trappola, o un contenitore per messaggi segreti. Ma quando le sue dita cinsero il manico, il mondo intorno a lei si spense.
Il legno non era freddo. Era vivo.
Un calore feroce le risalì lungo le braccia. Non era più nelle rovine. Nella sua mente esplose un’immagine di colori accecanti, luci che non erano fuoco e una folla di persone vestite con stoffe mai viste. Le sue dita, mosse da una volontà che non le apparteneva, iniziarono a danzare sui fili tesi. Non sapeva perché lo faceva, né come, ma il legno iniziò a emettere un lamento armonioso, un suono che le vibrava fin dentro le ossa.
La sua gola si aprì da sola. Iniziò a emettere dei suoni che non erano parole, ma puro fiato:
«Ooh-ooh, ooh-ooh, ooh-ooh... Ooh-ooh, ooh-ooh, ooh-ooh...»
Poi, la sua bocca iniziò a modellare suoni stranieri, scivolosi, una lingua che non esisteva a Rivamonte. Vedeva una donna camminare in una strada affollata del Passato, alzare lo sguardo e accorgersi di qualcuno nell'ombra. Le parole fluivano da lei come acqua da una diga rotta:
«She was walking in the street... Looked up and noticed...»
Lia vedeva tutto: un uomo senza nome, un uomo senza casa. Sentiva la compassione della donna che gli chiedeva come si chiamasse e gli diceva il proprio nome. Sentiva il peso di una storia sulla vita che quell'uomo stava raccontando.
«He was nameless... He was homeless... She asked him his name... And told him what hers was... He gave her a story 'bout life...»
Lia non sapeva che stava "cantando", né che quello era uno "strumento musicale". Per lei, era una possessione. Il legno stava usando i suoi polmoni per tornare a respirare. Le lacrime le rigarono il volto, aprendo solchi puliti nel fango. Per un istante, il Silenzio non fece più paura: era stato riempito da quel racconto fatto di suoni e vibrazioni.
Quando l’ultima corda smise di vibrare, Lia rimase immobile, tremante. Il silenzio radioattivo tornò a schiacciarla, ma ora sembrava innaturale, sbagliato. Avvolse l’oggetto nella sua sacca di tela con una devozione quasi religiosa. Iniziò a correre. Il sole, una macchia arancione malata dietro la coltre di smog perenne, stava calando verso l’orizzonte come un occhio infetto che si chiude.
Iniziò a correre, a Rivamonte, il crepuscolo non era il momento del riposo, era il confine tra la vita e una morte atroce. Quando la luce virava verso quel bronzo sporco, l’atmosfera subiva un mutamento chimico: le radiazioni residue, intrappolate negli strati bassi della nebbia tossica, diventavano letali per chiunque non avesse un riparo schermato. Rimanere fuori dopo l'ultimo raggio significava respirare fuoco invisibile che ti squagliava i polmoni dall'interno nel giro di poche ore.
E poi c’erano i lupi. Non erano più gli animali delle vecchie storie: erano bestie mutate, prive di pelo e dagli occhi lattiginosi, capaci di fiutare il calore umano a chilometri di distanza. Il loro ululato, che ora rimbalzava contro le lamiere dei palazzi sventrati, era il segnale che la caccia era aperta.
Ma Lia non sentiva solo i lupi: nella sua testa, il ritmo di quella canzone continuava a battere. Step-step-step. Il suo respiro era diventato tempo. La fatica non era più un peso, era il basso di una melodia interiore che le spingeva le gambe oltre il limite della resistenza.
Doveva correre anche per un altro motivo, uno scritto nel Codice del Cercatore, l'unica legge che teneva unita la comunità di Rivamonte.
"Ogni frammento del Mondo di Prima appartiene al Popolo; ogni segreto svelato deve passare per gli occhi del Custode."
Nessun cercatore poteva tenere per sé ciò che recuperava. Nascondere un ritrovamento era considerato un tradimento punibile con l'esilio — che equivaleva a una condanna a morte tra i lupi. Ogni bullone, ogni pezzo di plastica o reliquia tecnologica doveva essere portato immediatamente alla Casa Grande. Il Capovillaggio era l'unico autorizzato a stabilire se un oggetto fosse utile, sacro o "maledetto" dai residui della Grande Distruzione.
Lia sentiva il peso della chitarra nella sacca che sbatteva contro la sua schiena. Sapeva che, secondo la legge, quell'oggetto non era più suo dal momento in cui lo aveva estratto dalle macerie. Eppure, il calore che le aveva lasciato nelle mani non se ne andava. Se doveva consegnarla a Deriva Monte, lo avrebbe fatto, ma non prima di aver capito perché quel legno le avesse dato una voce che non sapeva di avere.
Mentre le mura di Rivamonte apparivano all'orizzonte come un dente spezzato contro il cielo arancione, Lia accelerò. Il primo brivido freddo del vento radioattivo le sferzò la nuca. Mancavano pochi minuti. Se non avesse varcato il cancello prima che il sole sparisse, la sua canzone sarebbe morta con lei nel fango delle rovine.
Rivamonte, il suo villaggio, era un mucchio di detriti ordinati: vecchie mura di pietra rinforzate con lamiere di recupero e legno di pino radioattivo. Le guardie, uomini stanchi con lance fatte di tondini per cemento armato, la scrutarono dalle torrette.
«Sei in ritardo, cercatrice!» gridò uno.
Lia non rispose. Entrò nel borgo, oltrepassando il mercato dove regnava il solito mormorio monotono. A Rivamonte tutto era grigio. La gente parlava per necessità. Le madri non cantavano nanne, si limitavano a controllare che i figli non avessero la febbre. La gioia era un concetto astratto, pericoloso quanto una fuga di gas.
Arrivò alla Casa Grande, l’unico edificio con ancora le finestre di vetro integro. Bussò con una violenza che sorpresa lei stessa.
«Capo Deriva! Ho trovato una cosa! È un'Emergenza del Passato!»
Deriva Monte la ricevette in una stanza illuminata da una singola lampada a olio di balena sintetica. Era un uomo che sembrava fatto di cuoio vecchio, nato quando il mondo ancora respirava. Non era un "risvegliato" — non aveva poteri mentali o fisici — ma aveva la Memoria, che a Rivamonte era l’unico potere concesso ai non-mutati.
Quando Lia posò lo strumento sul tavolo, Deriva si alzò così velocemente che la sedia cadde.
«Dove l’hai presa?» sussurrò, le dita che tremavano a pochi centimetri dal legno.
«Nelle rovine Nord. Capo… quando l’ho toccata, ho visto… ho sentito dei suoni. Dei suoni che hanno un senso.»
Deriva sfiorò la cassa armonica. «Musica,» disse, come se stesse pronunciando il nome di un morto. «La chiamavano musica. È morta con la Moltitudine, quando il rumore delle bombe ha cancellato ogni armonia. È stata vietata per secoli perché… perché rende il cuore troppo difficile da controllare per chi vuole solo sopravvivere.»
Fissò Lia con uno sguardo nuovo, un misto di timore e speranza.
«Tu non sei solo una cercatrice, ragazzina. Quello strumento ha cercato te. Se sei riuscita a far uscire quella voce, hai attivato una memoria dal passato. La terra ti ha parlato attraverso il legno.»
Deriva si raddrizzò, tornando l'autorità severa di sempre.
«Questa cosa cambierà tutto. Se la gente sente quello che hai sentito tu, la sopravvivenza non basterà più. Vorranno vivere. E vivere è molto più pericoloso che limitarsi a non morire.»
Fece un lungo sospiro, guardando fuori dalla finestra verso la piazza buia.
«Domani all'alba convocherò il Consiglio. Tu porterai questo "legno che urla". E canterai, Lia. Canterai per gli uomini e le donne di Rivamonte. Dio ci aiuti per quello che succederà dopo.»
Lia strinse i pugni. Sentiva la canzone ancora lì, sotto la pelle, pronta a esplodere come un incendio in una foresta secca. Rivamonte stava per scoprire che nel silenzio del mondo post-apocalittico, un accordo poteva fare più rumore di un’esplosione.
E mentre tornava al dormitorio camminando lungo la piazza polverosa di Rivamonte, gli tornarono in mente le parole della canzone che da quel giorno in poi sarebbero diventate il suo monito:
«Perciò canto una canzone per i truffatori che negoziano alla fermata degli autobus
Madri single che aspettano che arrivi l'assegno
Giovani insegnanti, studenti in medicina
Figli in prima linea consapevoli che non scapperanno
Questa va ai perdenti
Continua a portare avanti ciò che ami
Scoprirai che un giorno, presto
Ti rialzerai, rialzerai, sí…»