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Il settimo capitolo delle diatribe generazionali inizia una domenica mattina con il giradischi Technics SL-1200 del 1994, recuperato in cantina come una reliquia sacra e lucidato con la stessa cura maniacale con cui un monaco amanuense tratterebbe un codice miniato, gracchia sul tappeto del soggiorno. Dalle casse acustiche a torre escono le note ruvide e distorte di Anarchy in the UK dei Sex Pistols, pompate a un volume che fa vibrare i vetri delle finestre.
Il padre dondola la testa con gli occhi socchiusi, la felpa dei Bad Religion leggermente lisa sui gomiti e un sorriso ebete stampato in faccia.
«Questo sì che è sound, Ale! Niente produzioni digitali fatte col computer e autotune della mutua! Qui c'è sudore, rabbia, chitarre scordate e malessere vero!» grida lui per sovrastare la batteria di Paul Cook. «Quando noi avevamo quindici anni, i problemi si risolvevano pogando sotto un palco o ascoltando i Ramones fino a perdere l'udito. La musica è un manifesto politico!»
Alessandro, quindici anni, media del nove in fisica e una crisi di tachicardia in corso, fissa il vinile che gira con l’espressione di chi sta assistendo a un rituale di magia nera preistorica. Ha le cuffie wireless Apple intorno al collo e lo smartphone stretto nella mano destra come un amuleto di protezione.
«Papà, ti prego, abbassa. Ho le AirPods Pro con la cancellazione attiva del rumore e riesco comunque a sentire il basso nelle otturazioni dei denti» geme Alessandro, passandosi una mano tra i capelli biondi. «E poi basta con questa retorica del "ai miei tempi". La mia playlist di Spotify ha sedici generi musicali diversi, io sono aperto alle contaminazioni culturali!»
«Ah, sì? E cosa ascolti per concentrarti sui compiti di fisica? Il silenzio della tomba?» lo sfida il padre, incrociando le braccia.
«Ascolto il post-punk revival scandinavo e i podcast di astrofisica in sottofondo con l'impacco di frequenze binaurali a 432 Hz per stimolare la corteccia prefrontale» risponde Alessandro con l’aria di un professore universitario di Zurigo.
In quel momento, la porta della cucina si apre. La madre compare reggendo un vassoio di biscotti, indossando i suoi inseparabili anfibi e una t-shirt sbiadita dei Punkreas.
«Lascialo in pace, caro» dice la madre, posando il vassoio sul tavolino. «Lascia che si goda la sua adolescenza algoritmica. Piuttosto, Alessandro, ci sono novità con Gaia? È da stamattina che hai la faccia di chi deve decodificare un messaggio in codice di una spia doppiogiochista della Stasi. Hai messo su un pezzo romantico per scriverle?»
Alessandro sbianca di colpo, quasi strozzandosi con la propria saliva.
«Romantico?! Mamma, tu non hai idea di cosa significhi la musica nel 2026! Non puoi mandare una canzone a una ragazza così, a caso! La scelta della traccia su una storia Instagram è un trattato di geopolitica sentimentale! Se le mandi una canzone d'amore esplicita, sembri disperato; se le mandi un pezzo indie troppo oscuro, sembri un snob pretenzioso; se le mandi una hit commerciale, pensa che tu non abbia personalità!»
Dall'angolo del divano, spunta la testa di Alice. Dodici anni, felpa oversize e una lattina di Estatè in mano. Fissa il fratello con la compassione clinica riservata agli esemplari di specie in via d'estinzione.
«Bro, ti stai facendo troppe paranoie» sentenzia Alice, muovendo le dita nello spazio come se stesse scrivendo un messaggio. «Gaia non sta lì a farsi le seghe mentali sulla discografia di sto cavolo o sul significato ermetico dei testi. L'altro giorno in autobus l'ho vista ascoltare la trap napoletana mista a un album indie depresso degli anni Dieci. È un caos totale, esattamente come il tuo cervello.»
«La trap?!» esclama il padre, inorridito come se avessero profanato un tempio antico. «La musica senza strumenti?! Dove cantano parlando dell'Autogrill e delle firme?! Questa è la fine della civiltà occidentale!»
«Papà, calmati, respira, non è un attacco personale alla tua giovinezza» sbuffa Alessandro, aprendo nervosamente la chat sul telefono. «Il problema è che lei mi ha risposto alla storia con un adesivo musicale. Ha condiviso trenta secondi di una canzone degli Arctic Monkeys, quella vecchia, Do I Wanna Know?... ma ha tagliato proprio il pezzo del ritornello in cui dice "So do you wanna go into the back of my car?". Ora: è un indizio musicale o una coincidenza algoritmica casuale generata dall'app?!»
Alice si alza in piedi, sospirando con la pesantezza di chi deve spiegare la tabellina del due a un premio Nobel in ritardo mentale. Si avvicina ad Alessandro, gli strappa di mano il telefono con mossa felina e guarda lo schermo.
«Ascoltami bene, cervellone dei miei stivali» dice Alice con voce ferma. «Gli Arctic Monkeys sono l'equivalente moderno dei dischi punk da quarantenni nostalgici che ascoltano quei due matusa: piacciono a tutti perché fanno figo senza impegnare troppo il QI. Ti sta dicendo chiaramente che vuole andare a fare un giro o al cinema, e che si è rotta le scatole di aspettare che tu finisca di fare l'autopsia a una canzone».
Il padre, recuperato l'entusiasmo guerresco, poggia una mano pesante sulla spalla del figlio, mentre il giradischi finisce la sua corsa con un fruscio-tic continuo sul vinile immobile.
«Ha ragione tua sorella, bomber!» tuona il padre. «È una chiamata alle armi! Metti su i Bad Religion a palla, prendi il telefono e risponderle con un pezzo dei Nirvana, tipo Smells Like Teen Spirit, che spacca sempre!»
«Se le mando i Nirvana, mi blocca su WhatsApp e mi cancella dai registri dell'Anagrafe» protesta Alessandro, disperato.
«Manda una cover acustica indie fatta da una ragazza con l'ukulele» consiglia Alice freddamente, riprendendo la sua lattina. «Almeno sembrerai sensibile ma non inquietante. E ora spostati che devo guardare i TikTok su come insultare i professori di matematica senza farmi mettere note disciplinari.»
Alessandro rimane immobile al centro della stanza, con il padre che accenna passi di pogo scoordinati sul tappeto e la musica che riparte da capo. Fa un profondo respiro, apre l'app di streaming, cerca la canzone, chiude gli occhi e preme "Invia".
Nel frattempo, sul frigorifero, l'adesivo sbiadito dei Ramones trema leggermente sotto i colpi di bassi lontani, testimone silenzioso di una guerra generazionale destinata a ripetersi all'infinito.