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← Confessioni Della Solitudine

Creato il 18/08/2026, 22:23 · Aggiornato il 18/08/2026, 22:23

Capitolo 1: Confessioni Della Solitudine

@andrew_thabooyzAndrew_ThaBooyz
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Non vi hanno mai spiegato davvero dove si trova l’inferno.

Vi hanno mostrato dipinti, incisioni, fiamme. Vi hanno parlato di cerchi, di dannati, di peccati e di punizioni. Vi hanno raccontato che un giorno, quando tutto sarà finito, qualcuno tirerà una linea netta tra chi merita il paradiso e chi dovrà pagare.

È una bella storia. Fa paura, soprattutto da bambini. Ma resta soltanto una storia.

Perché l’inferno non ha bisogno di aspettare la morte. E non ha bisogno del fuoco.

Il fuoco, dopotutto, è quasi banale. Brucia, fa male, distrugge. Dopo un po’ sai cosa aspettarti. Ha regole, ha confini, ha un rumore suo. Io invece preferisco qualcosa di più lento, qualcosa che non faccia rumore, qualcosa che possa sedersi accanto a voi senza che ve ne accorgiate.

Non sono il luogo che Dante ha descritto. Non ho guardiani, non ho fiumi bollenti, non ho anime che urlano. Non aspetto il momento in cui la vostra vita finisce per cominciare a lavorare. Sono già qui. Sono il terreno su cui camminate ogni giorno. Sono ciò che resta quando togliete il rumore, le scadenze, le conversazioni, i piani, le promesse. Sono la sostanza che sta sotto quasi tutto ciò che chiamate vita.

Non ho bisogno di gridare, né di minacciare, né di presentarmi con le fiamme. Mi limito a restare. E mentre resto, poco alla volta, faccio in modo che tutto il resto perda peso.

Con gli amici lavoro in modo particolarmente elegante.

Non li porto via di colpo. Non creo litigi clamorosi né tradimenti evidenti. Preferisco un metodo più discreto: li faccio scivolare fuori dal vostro campo visivo. Un messaggio senza risposta. Un invito che non arriva. Una conversazione che si assottiglia fino a diventare un saluto di circostanza. Poi il silenzio, e il silenzio, se lasciato abbastanza a lungo, diventa abitudine.

Voi continuate a esistere. Loro anche. Solo che i due percorsi non si toccano più.

A volte vi concedo un piccolo ritorno. Aprite l’applicazione e li trovate. Una foto appena pubblicata. Un tavolo, delle risate, un posto che forse conoscevate. Per un attimo vi immaginate lì, non come ospiti, ma come se non foste mai andati via. La luce è la stessa, i gesti sono gli stessi, solo che adesso, dentro l’inquadratura, c’è uno spazio vuoto dove una volta c’eravate voi.

Restate a guardare.

Poi la foto scorre via.

E voi, lentamente, vi dissolvete.

Non sparite del tutto. Restate abbastanza presenti da sentire il peso di non esserci, da riconoscere i volti, da ricordare le voci. Ma non abbastanza da occupare ancora quello spazio. Io mi occupo del resto. Faccio in modo che l’immagine resti nitida e che la vostra assenza, dentro di essa, diventi la cosa più chiara di tutte.

Alla fine non è il litigio che vi toglie gli amici.

Sono io.

E lavoro meglio quando nessuno se ne accorge.

Lavoro anche con chi resta.

Prendo le persone che vi parlano dall’alto, quelle che sanno di avere ragione solo perché in quel momento voi non avete la forza di contraddirle. Basta uno sguardo che vi attraversa senza fermarsi, una frase detta con leggerezza, un sorriso che arriva un secondo troppo tardi. Raccolgo tutto e lo deposito. Non vi faccio esplodere di rabbia. Vi rendo semplicemente più piccoli, giorno dopo giorno, fino a quando iniziate a chiedere scusa anche quando non avete colpa.

Nelle relazioni tossiche il mio lavoro è ancora più raffinato. Non le creo. Le trovo già pronte. Mi limito a renderle più facili da mantenere di quanto dovrebbero essere. Vi abituo all’ansia di non sapere quando arriverà il prossimo colpo, alla stanchezza di dovervi giustificare, al sollievo malato di quando, per un giorno intero, tutto sembra calmo. Poi, quando finalmente ve ne andate, resto comunque. Perché uscire da quella relazione non significa uscire da me. Significa solo cambiare stanza. E io conosco tutte le stanze.

Il mio lavoro più sottile, però, lo faccio quando siete circondati.

Alle feste, in ufficio, a cena, sui mezzi. Lì nessuno si aspetta di trovarmi. Vi faccio sentire fuori posto senza che nessuno ve lo dica. Mentre gli altri ridono, la risata vi arriva già smorzata. Mentre qualcuno parla, le parole vi scorrono accanto senza toccarvi. Siete presenti, rispondete, annuite, eppure occupate uno spazio che sembra prestato.

A volte qualcuno vi rivolge la parola con genuina simpatia. Non impedisco il gesto. Faccio solo in modo che, mentre rispondete, una parte di voi resti un passo indietro a osservare. Quando la conversazione finisce, quella distanza rimane. Gli altri tornano al loro gruppo e voi restate con la sensazione precisa di essere stati di passaggio.

È in questi momenti che sono più crudele.

Perché nessuno vi vede soli.

E quindi nessuno vi viene a cercare.

Lavoro anche sul corpo, con la stessa lentezza.

Non vi faccio ammalare all’improvviso. Preferisco un’usura quasi educata. Vi tolgo il sonno che riposa: potete dormire otto ore e svegliarvi già stanchi, come se durante la notte qualcuno avesse camminato dentro di voi. La fame diventa confusa. Mangiate senza sentire il sapore, o dimenticate di mangiare. Le spalle si chiudono un poco di più ogni settimana. La voce si abbassa senza motivo, come se avesse paura di occupare troppo aria.

A volte vi fate male per disattenzioni banali: un passo calcolato male, un bicchiere che scivola. Non sono incidenti. Sono piccoli segni che vi lascio addosso, ricordi discreti che qualcosa, sotto la superficie, non sta più funzionando come dovrebbe.

Il corpo continua a obbedire. Si alza, si veste, cammina, sorride quando serve. Ma io resto sotto la pelle, e faccio in modo che anche il gesto più semplice costi un po’ di più.

A un certo punto non riesco più a lavorare da solo.

Arrivano gli altri. E io li sopporto poco.

La Depressione si siede senza chiedere permesso e toglie peso a tutto ciò che ancora ne aveva. Rende neutro ciò che prima aveva un sapore. Io avrei preferito finire da solo, con calma. Lei accelera tutto e lo sporca.

L’Ansia non sta mai ferma. Vi convince che ogni silenzio nasconde un giudizio, che ogni messaggio non letto è un rifiuto, che ogni sorriso è solo educazione. Rovinasce i tempi. Io lavoro lento. Lei no.

Poi c’è il Risentimento, il più rumoroso. Arriva dopo le offese e le esclusioni e si mette a ripetere. Io avrei lasciato che il silenzio facesse il suo lavoro. Lui rimescola tutto e tiene viva la ferita più del necessario.

L’Indifferenza è quasi peggio. Non fa nulla. Si limita a guardare e a convincervi che non vale più la pena reagire. Quando arriva troppo presto mi toglie il materiale. Se diventate indifferenti troppo in fretta, il mio compito si esaurisce prima del tempo.

E infine la Vergogna, la più silenziosa. Vi fa sentire che state occupando uno spazio che non vi spetta, che la vostra presenza è un peso. A volte collaboro con lei. Ma anche lei mi interrompe. Arriva quando meno me lo aspetto e cambia la temperatura della stanza.

Insieme diventiamo efficienti.

Io tengo il terreno.

Loro lo lavorano.

Ma io non li ho chiamati.

Ogni volta che entrano, il mio lavoro smette di essere pulito. Smette di essere solo mio.

E mentre loro si muovono, voi continuate a vivere. Vi alzate, rispondete, sorridete quando serve. Solo che sotto a tutto questo movimento resta una distanza. Una distanza che non si vede, ma che si sente. Ed è esattamente lì che io resto. Anche quando non mi lasciano lavorare da solo.

E forse Calvino aveva capito qualcosa che voi continuate a dimenticare.

L’inferno non è soltanto ciò che vi fa soffrire.

È anche ciò che costruite senza accorgervene.

L’inferno dei vivi non arriva con un avvertimento. Non apre le porte, non vi chiede di entrare. Si costruisce mentre vivete, mentre vi abituate a certe assenze, mentre smettete di fare domande, mentre chiamate normalità ciò che un tempo vi avrebbe fatto paura.

Alla fine non sapete più distinguere il dolore dall’abitudine.

Calvino aveva capito anche questo: che ci sono due modi per stare nell’inferno. Potete accettarlo e farvene parte, fino al punto di non riconoscerlo più.

Oppure potete cercare.

Ed è questa la parte che non mi piace.

Cercare significa ammettere che forse non tutto è perduto. Significa guardare ancora, anche quando avete già deciso che non c’è niente da vedere. Significa riconoscere, in mezzo a tutto quello che vi ha fatto male, qualcosa che non vi appartiene.

Qualcuno che resta.

Qualcosa che resiste.

Un piccolo pezzo di vita che, per quanto io possa provarci, non riesco a trasformare del tutto in assenza.

E allora sì, Calvino aveva ragione.

L’inferno è qui.

Ma aveva ragione anche quando vi ha detto che, in mezzo all’inferno, bisogna imparare a riconoscere ciò che inferno non è.

Perché è quello che mi impedisce di avere tutto.

Ed è per questo che non smetterò mai di cercarlo prima di voi.

La vita è fatta di attimi.

Non di giorni. Non di anni. Di attimi.

Quei pochi secondi in cui qualcuno resta.

In cui una voce non ti spezza.

In cui, per un soffio, non sei solo.

Godeteveli.

Teneteli stretti.

Memorizzateli.

Perché sono l’unica cosa che vi rimane.

E sappiate una cosa sola:

io arriverò.

Sempre.

E quando arriverò,

quegli attimi saranno finiti.

Diventeranno soltanto il ricordo di qualcosa

che non tornerà più.

Note di capitolo

Un Monologo Fatto Dalla Solitudine

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