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Creato il 05/08/2026, 10:19 · Aggiornato il 05/08/2026, 13:09

Capitolo 1: Cicatrici di guerra

@bloodymary79bloodymary79
GeneraleCompleta

Avvertenze (opera)

  • Copertina AI
  • Violenza Esplicita
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Il rumore sommesso e gutturale del TARDIS scosse le pareti in rovina del vecchio zuccherificio abbandonato appena fuori Cleveland. Era un reticolo di ferro arrugginito e lamiere divelte, immerso nell'oscurità e nella pioggia dell'Ohio.

Dean frenò l'Impala d'impatto sul ghiaietto, sfoggiando per la prima volta in tutta la serata un sorriso disteso. «Te l'avevo detto, Sammy. Il ragazzo dal papillon ha un tempismo impeccabile. Adesso vediamo come spiega questo nido di mostri al suo cacciavite luminoso.»

Sam scese dall'auto con un sospiro di sollievo, rifoderando la pistola a pallettoni. Dopo anni trascorsi a combattere l'Apocalisse, i demoni e i Leviatani, trovarsi di nuovo insieme a cacciare sulla strada era quasi una benedizione per i due fratelli. E ritrovare la solita cabina blu, dopo l'incredibile avventura vissuta insieme tempo prima a New York, sembrava il presagio di una serata finalmente facile.

«Magari evitiamo di farlo parlare per tre ore di fila di fisica quantistica», disse Sam, sistemandosi il giaccone scuro. «I Ghoul non aspettano. Dobbiamo ripulire il posto prima dell'alba.»

Per chiunque non conoscesse la caccia, i Ghoul non avevano nulla a che fare con i demoni o gli spiriti: erano creature necrofaghe in carne e ossa che si nutrivano esclusivamente di cadaveri umani. Mangiando i morti, ne assimilavano non solo i tessuti, ma anche l'aspetto fisico e i ricordi recenti, diventando capaci di mimetizzarsi alla perfezione tra i vivi. Un nido insediato sotto uno zuccherificio abbandonato significava che decine di tombe nei cimiteri vicini erano già state profanate.

I due fratelli si avviarono a passo sicuro verso la solita cabina blu del TARDIS, appena materializzata tra le travi. Dean stava già alzando la mano per dare le solite due nocchiate goliardiche sul legno.

Ma la porta si spalancò prima che potesse toccarla.

A varcare la soglia non fu il ragazzo alto, slanciato, con il ciuffo ribelle, la giacca di tweed e le bretelle colorate che avevano conosciuto durante l'incubo di New York.

Dalla penombra della nave uscì un uomo del tutto diverso. Indossava un pesante giubbotto di pelle nera vissuto, pantaloni scuri e un maglione da lavoro. Aveva i capelli rasati ai lati, le spalle larghe, la mascella squadrata ed emanava un'energia densa, rigida, pericolosa. Ma a gelare i due cacciatori furono gli occhi: due fessure d'un azzurro glaciale, prive di qualsiasi traccia di quell'allegria infantile o della frenetica curiosità del Dottore che avevano conosciuto. Quell'uomo trasudava l'odore acre della cenere e della morte.

Dean rimase con la mano bloccata a mezz'aria. Il sorriso gli si spense di colpo sulle labbra.

L'uomo sulla soglia li squadrò dall'alto in basso, immobile. La sua mano destra era piantata profonda nella tasca della giacca, stretta attorno a qualcosa, e il suo corpo era teso come una molla pronta a scattare per uccidere.

«Chi siete voi due?», chiese l'uomo. La sua voce era profonda, ruvida, con un marcato e duro accento del nord dell'Inghilterra. «E perché vi trovate nel raggio d'azione del mio perimetro?»

Dean indietreggiò di un passo, spostando d'istinto lo sguardo dalla cabina blu all'uomo in pelle, per poi voltarsi verso il fratello. «Sammy... dimmi che abbiamo sbagliato cabina. O che il nostro amico alieno si è fatto fare una plastica facciale andata malissimo.»

«Io... non lo so, Dean», balbettò Sam, sgranando gli occhi per la sorpresa. «Dottore? Sei... sei tu?»

L'uomo inarcò un solo sopracciglio, un gesto privo di qualsiasi familiarità. «Come conoscete il mio nome? E soprattutto, come conoscete la mia nave?»

«La tua nave?», esclamò Dean, sentendo la rabbia e la confusione salire nello stomaco. Mosse un passo avanti, indicando l'uomo con un dito accusatorio. «Ascolta, Mister Pelle — o chiunque tu sia — dov'è il ragazzo col papillon? Quello con la giacca di tweed che non stava mai fermo e mangiava quelle caramelle schifose? Che cosa gli hai fatto?»

L'espressione del Dottore mutò radicalmente. Un'ombra di pura incredulità, mista a un brivido di feroce paranoia, gli attraversò il volto. Fece due passi rigidi fuori dal TARDIS, sovrastando i due fratelli.

«Papillon? Tweed?», mormorò il Dottore, con una risata secca, priva di qualsiasi traccia di gioia. «Voi... voi conoscete il mio futuro.»

«Il tuo futuro?», ripeté Sam, mentre i tasselli cominciavano a girare nella sua testa con chiarezza. «Aspetta. Il Dottore ci aveva parlato della rigenerazione... Tu non sei quello che è venuto dopo. Tu sei quello che è venuto prima.»

Il Dottore rimase in silenzio. La sua mascella si contrasse con uno scatto metallico. Nei suoi occhi passò per un millesimo di secondo un lampo di dolore cosmico incommensurabile: il ricordo freschissimo dell'Ultima Grande Guerra del Tempo, la distruzione di Gallifrey, l'annientamento dei Dalek e dei Signori del Tempo bruciati per mano sua. Era solo. L'ultimo della sua specie, vagabondo in un universo vuoto.

«Voi non dovreste essere qui. E non dovreste sapere chi sono», disse il Dottore, la voce sibilante e carica di una minaccia trattenuta a stento. Estrasse lentamente la mano dalla tasca, impugnando il cacciavite sonico. Con uno scatto estese la punta, che si accese di una luce blu vibrante accompagnata da un ronzio acuto e aggressivo. «Parlate. Chi vi ha mandati? La Flotta Dalek?»

Dean, istintivamente reattivo, portò la mano alla Colt infilata nella cintura dietro la schiena. Non aveva mai visto quel livello di violenza potenziale nel loro amico.

«Ehi, ehi, calma con quel giocattolo, Rasato! E chi diavolo sono i Dalek?», ringhiò Dean. «Noi siamo i Winchester! Ci hai chiesto tu aiuto a New York! Ci hai salvato la vita! O almeno... il te stesso del futuro l'ha fatto!»

Il Dottore li fissò, mentre il cacciavite sonico continuava a ronzare con frequenza instabile tra le sue dita e li scansionò con lo strumento: l'ondulazione sonica rivelò solo la firma biologica di due umani guerrieri, pieni di cicatrici ma indissolubilmente legati tra loro. Guardò la rabbia protettiva di Dean e la ferma compassione negli occhi di Sam.

Non c'era inganno in loro. C'era solo l'amara, terribile consapevolezza di avere di fronte un amico che non li aveva ancora incontrati... e che era tragicamente spezzato.

Il Dottore spense il cacciavite sonico con uno scatto secco. La sua voce scese di un'ottava, facendosi un sussurro cupo e ruvido.

«Allora il mio futuro è pieno di gente che si ficca nei guai», mormorò, accennando a un mezza risata amara che non toccò minimamente gli occhi. «E a quanto pare... continuo a trascinare le persone a morire insieme a me.»

«Nessuno è morto a New York», ribatté Sam a bassa voce, facendo un passo cauto verso di lui. «Ci hai aiutato. Eri... diverso. Eri più felice.»

Il Dottore si bloccò. Quella parola — felice — fu come una lama piantata nel petto. L'idea che un giorno avrebbe potuto sorridere di nuovo gli sembrava un insulto alla memoria di un intero pianeta mandato in cenere. Fece una risata amara, voltando le spalle e facendo un passo verso la porta del TARDIS.

«Allora godetevi quella versione di me, ragazzi», disse il Dottore, senza guardarli. «Perché quello che avete davanti adesso... è solo un sopravvissuto. E non ha niente da offrirvi se non cenere e rovine.»

Un tonfo sordo e il rumore di passi pesanti che sguazzavano nel fango all'esterno dello zuccherificio spezzarono il silenzio carico di tensione.

Dean non staccava gli occhi dal Dottore, ancora spiazzato dalla durezza di quell'uomo. Aveva le mani piantate sui fianchi, la mascella contratta. «Senti, Mister Cenere, là fuori c'è un nido di mostri attirati dal puzzo di carne frolla. E se il te stesso del futuro era un rompicoglioni iperattivo con un papillon assurdo, almeno non se ne stava chiuso nella sua scatola a piangersi addosso mentre le cose cercavano di morderci!»

Il Dottore si voltò di scatto. I suoi occhi azzurri balenarono di una scintilla pericolosa, ma invece di tirare fuori un'arma, fece due passi rapidi verso Dean, arrivandogli a un centimetro dal viso.

«Piangermi addosso?», disse il Dottore a denti stretti. «Ragazzo, io ho visto bruciare l'eternità. Ho guardato l'intero continuum spazio-temporale accendersi come un fiammifero mentre miliardi di anime urlavano il mio nome. Se pensi che due mangiatori di carogne mi spaventino, hai una considerazione decisamente troppo alta di questo buco di fango che chiamate Terra.»

«Bene! Allora dimostralo invece di fare il poeta triste!», ribatté Dean, senza arretrare di un millimetro.

Sam s'interpose rapidamente tra i due, mettendo una mano sul petto di Dean. «Ehi! Calmi tutti e due! Dottore, ascolta. Non ci interessa da dove vieni o quale guerra hai combattuto. Questo non è un semplice nido di Ghoul. La creatura Alfa che li guida sta emanando una matrice psionica radioattiva che sta alterando il campo magnetico di questo settore. Se usa la frequenza della tua nave come amplificatore, farà saltare la rete elettrica di metà Ohio.»

Il Dottore smise di fissare Dean e squadrò Sam con una nuova sfumatura di attenzione. «Matrice psionica? In un nido di necrofagi terrestri? Impossibile. I Ghoul sono semplici parassiti biologici: metabolizzano la materia organica morta e ne assimilano le memorie residue attraverso catene peptidiche nel cervello. Non hanno organelli psionici!»

«A meno che non siano parassiti alieni che si mimetizzano tra le leggende locali», lo interruppe Sam, citando le nozioni di xenobiologia che il loro Dottore gli aveva spiegato a New York.

Il Dottore si immobilizzò. Estrasse di colpo il cacciavite sonico, lo puntò verso le pareti di lamiera dello zuccherificio e fece scorrere l'anello di calibrazione. Lo strumento emise un fischio acuto, modulando la frequenza. Sul piccolo schermo di lettura sonica apparvero valori fluttuanti in viola e azzurro.

«Maledizione...», mormorò il Dottore. L'oscurità nei suoi occhi venne momentaneamente sovrascritta dalla solita, insopprimibile curiosità scientifica. «Non sono Ghoul puri. Sono Siphoniani della Nebbia. Sono organismi idro-plasmatici alieni precipitati qui decenni fa. Usano i cadaveri umani come esoscheletri biologici per stabilizzare la loro massa molecolare in un'atmosfera ricca di ossigeno. Si nutrono delle cariche elettriche residue nei tessuti nervosi dei morti!»

«Tradotto in lingua umana?», chiese Dean, afferrando il fucile a pompa dal baule dell'Impala e facendo scattare l'otturatore con un clack metallico.

«Tradotto: i corpi di carne che vedete muoversi sono solo gusci morti guidati da masse di plasma liquido ad altissima tensione!», spiegò il Dottore, muovendosi a grandi passi verso l'uscita. «Se sparate al petto o alla testa del cadavere, non farete altro che bucare la carne mentre la creatura dentro si rigenera. Dobbiamo neutralizzare la carica elettrica del loro nucleo psionico!»

«Oppure possiamo usare la vecchia maniera: cartucce al ferro e sale grosso per cortocircuitare la materia organica, e poi dargli fuoco», ribatté Dean con un ghigno duro.

Il Dottore squadrò la pistola e il fucile dei due fratelli, scuotendo la testa con una smorfia di superiorità. «Primitivi. Barbarici. Terribilmente inefficienti. Ma ammetto che una scarica di ferro ad alta conducibilità potrebbe interferire con la loro membrana plasmatica.»

«Visto? Alla fine siamo utili», disse Dean. «Ora muoviti, ex Smilzo. Vediamo se sotto quel giubbotto da duro c'è ancora qualcuno che sa combattere.»

Uscirono nel piazzale dello zuccherificio sotto una pioggia battente e gelida. Attorno a loro, tra le carcasse di vecchi macchinari e i cumuli di carbone, sei figure si stavano muovendo con una rigidità innaturale. Erano cadaveri rianimati dalla sostanza bluastra e fluida dei Siphoniani: i loro occhi emettevano bagliori di luce azzurra e dalle loro bocche aperte usciva un ronzio ad alta frequenza che faceva vibrare i denti nei teschi.

«Arrivano!», urlò Sam, posizionandosi dietro una pila di travi d'acciaio e prendendo la mira.

Due Ghoul-Siphoniani scattarono in avanti con una velocità disumana, arrampicandosi sulle travi.

«Non mirate al cuore!», gridò il Dottore, correndo verso il quadro elettrico principale dell'impianto con il cacciavite sonico spianato. «Sulla parte superiore della colonna vertebrale dell'ospite c'è il nodo plasmatico! È lì che si concentra la matrice organica dell'alieno!»

Dean non se lo fece ripetere due volte. Uscì dallo scoperto, prese la mira in un millesimo di secondo e fece fuoco.

BOOM!

Il primo cartuccia al sale e ferro colpì esattamente la nuca del primo mostro. La carica di ferro agì come un parafulmine molecolare: la massa plasmatica bluastra all'interno del cadavere subì una violentissima interferenza elettrica, esplodendo in una nube di vapore acido e lasciando cadere al suolo il corpo privo di vita.

Senza fermarsi, Dean ruotò su se stesso, schivò l'artigliata del secondo mostro e gli piantò un colpo a bruciapelo sulla schiena, polverizzando il secondo nucleo.

Sam, nel frattempo, copriva le spalle al fratello con colpi di precisione chirurgica, abbattendo una terza creatura che cercava di caricare Dean dall'alto con la solita perfetta intesa.

Il Dottore si arrestò un istante accanto al generatore, gli occhi spalancati per la sorpresa. Guardò l'incredibile coordinazione dei due fratelli: non c'erano ordini parlati, solo sguardi e coperture perfette. Dean si fidava del tiro di Sam; Sam anticipava i movimenti di Dean. Lavoravano come un unico organismo indissolubile.

«Davvero niente male per due cacciatori locali...», mormorò il Dottore. Poi piantò la punta del cacciavite sonico nel trasformatore ad alta tensione dello zuccherificio.

«Adesso copritevi gli occhi!», ruggì il Signore del Tempo.

Modulando il cacciavite sulla frequenza di risonanza armonica dei Siphoniani, il Dottore canalizzò l'intera corrente della rete industriale dell'impianto attraverso il metallo bagnato delle travi. Una gigascarica di luce azzurra e bianca investì il piazzale. L'onda d'urto elettromagnetica mandò in cortocircuito la matrice plasmatica dei restanti parassiti: le creature emisero un acuto stridio ultrasonico prima di dissolversi completamente, lasciando solo un odore di ozono e terra bruciata.

Il silenzio tornò di colpo sotto la pioggia dell'Ohio.

Mentre Dean si incamminava verso l'Impala per pulire la canna del fucile e controllare i dintorni, Sam rimase indietro. Il Dottore era immobile accanto al generatore fumante, le mani di nuovo affondate nelle tasche del giubbotto di pelle, lo sguardo perso nell'oscurità. La foga della battaglia era svanita, lasciando spazio a quella stessa aura devastante di solitudine, come se il peso di milioni di morti gli fosse ricaduto d'impatto sulle spalle.

Sam gli si avvicinò a passo lento, fermandosi a distanza di sicurezza.

«Ehi», disse Sam con voce bassa, sincera. «Tutto intero?»

Il Dottore non si voltò subito. «Il perimetro è pulito. La matrice è distrutta. La città non correrà rischi.»

«Non ti stavo chiedendo della città», ribatté Sam.

Il Dottore accennò una risata amara, voltandosi lentamente. Nei suoi occhi azzurri c'era l'eco di una sofferenza così antica da far sembrare i problemi umani piccolissimi.

«Voi due mi guardate come se fossi un fantasma, Sam», disse il Dottore, la voce ridotta a un sussurro ruvido. «Mi parlate di un me stesso che indossa papillon, che viaggia per l'universo ridendo e salvando tutti. Ma io... io vengo da un massacro. Ho dovuto cancellare la mia stessa razza per salvare la realtà. Ho le mani sporche del sangue di miliardi di persone.»

Si fece un secondo di silenzio spettrale. Sam non arretrò. Da uomo che aveva affrontato le proprie oscurità e che conosceva il peso della colpa e del dolore, capiva esattamente cosa significasse sentirsi un mostro imperdonabile.

«Il te stesso che abbiamo conosciuto noi non ha dimenticato quello che hai fatto», disse Sam, sostenendo il suo sguardo con assoluta fermezza. «Portava ancora quelle cicatrici. Ma aveva scelto di continuare a camminare. Ci ha salvato la vita, Dottore. Ci ha insegnato che anche quando hai il buio dentro, vale sempre la pena di cercare di aggiustare un piccolo angolo di universo alla volta.»

Il Dottore rimase in silenzio. Le parole di Sam lo colpirono con la forza di un pugno nello stomaco. Per un istante, la rigidità del suo corpo si sciolse. Una traccia di profonda vulnerabilità umana attraversò il suo viso rasato.

«Un piccolo angolo alla volta...», mormorò il Dottore, sfiorando l'orlo del suo giubbotto di pelle.

«Sì», sorrise Sam. «E poi, per la cronaca... questo giubbotto di pelle ti sta molto meglio del tweed.»

Il Dottore si lasciò sfuggire una vera risata — breve, ruvida, ma assolutamente autentica — che gli illuminò per un secondo gli occhi. «Oh, finalmente un umano con un minimo di gusto in fatto di abbigliamento!»

Dean tornò verso di loro battendo le nocche sul cofano dell'Impala. «Ehi, filosofi! La strada è pulita. Ehi, ex Smilzo, la tua cabina blu non è esplosa, quindi direi che il lavoro qui è finito.»

Il Dottore guardò Dean, poi Sam, e fece un piccolo cenno d'intesa con la testa. Un gesto silenzioso che racchiudeva tutto il rispetto guadagnato sul campo tra guerrieri feriti.

«Andate, Winchester», disse il Dottore, camminando a ritroso verso la porta del TARDIS. «Avete una strada lunga davanti. E a quanto pare... io ho un futuro in cui dovrò imparare a portarmi dietro un papillon senza sembrare ridicolo.»

«Non ci contare troppo!», gli gridò Dean con un ghigno mentre saliva al posto di guida.

Il fischio ritmico e sommesso del TARDIS ricominciò a risuonare nella notte, finché la cabina blu si dissolse del tutto nell'aria, lasciando solo il profumo della pioggia.

Sam salì sul sedile del passeggero dell'Impala, guardando fuori dal finestrino mentre Dean girava la chiave d'accensione e i fari fendevano il buio della strada per Detroit.

«Allora?», chiese Dean, innestando la marcia. «Che ti ha detto il Rasato?»

Sam sorrise leggermente, poggiano la testa contro il vetro bagnato. «Niente. Solo che, prima o poi... troverà un modo per tornare a casa.»

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