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Dieci anni fa, gli uomini di un commando specializzato operanti in Vietnam vennero condannati ingiustamente da un tribunale militare. Evasi da un carcere di massima sicurezza, si rifugiarono a Los Angeles vivendo in clandestinità. Sono tuttora ricercati, ma se avete un problema che nessuno può risolvere, e se riuscite a trovarli... forse potrete ingaggiare il famoso A-Team
Los Angeles, autunno 1984.
Il caldo dell’estate si era ritirato solo a metà, lasciando la città in quello stato appiccicoso in cui l’asfalto ancora sfrigolava e l’aria sapeva di benzina e lacca per capelli.
Nel retrobottega di un negozio di costumi cinematografici a Hollywood – “Monsters & More” – l’odore era ancora più denso: lattice, colla a contatto e fumo di sigaro cubano di prima qualità. Tra manichini di alieni e teste di gorilla impagliate, una donna sui trent’anni aspettava. Indossava una giacca con spalline imbottite, gonna a tubino, collana di perle finte e un’espressione che diceva “ho già visto di peggio, ma non di molto”.
Vanessa Vance si sistemò i capelli e guardò la giornalista al suo fianco.
«Sei sicura che sia lui?»
Amy Allen, ventisei anni, blazer beige e bloc-notes sempre pronto, sorrise di sbieco.
«In carne, ossa e mezza tonnellata di lattice. Il Colonnello Smith adora immedesimarsi. L’ultima volta l’ho trovato vestito da suora tibetana mentre cercava di vendere enciclopedie porta a porta.»
L’uomo seduto dall’altra parte del tavolo di compensato si tolse lentamente la maschera da mostro marino verde. Sotto c’era un volto tagliato con l’accetta, occhiali da sole spinti sulla fronte e un sigaro che bruciava con la calma di chi ha già visto il mondo finire un paio di volte.
John “Hannibal” Smith soffiò una nuvola di fumo e sorrise.
«Signorina Vance. Amy mi ha detto solo che c’era una situazione… delicata. Preferisco i dettagli dalla fonte diretta. Prego.»
Vanessa posò sul tavolo una cartellina di plastica blu scolorita dal sole.
«Sono un’ingegnere elettronico. Negli ultimi due anni, nel garage di mio padre a Van Nuys, ho costruito qualcosa che non doveva esistere ancora: lo Scrambler-84. Un microchip capace di criptare e smistare qualsiasi segnale satellitare in tempo reale. Telecomunicazioni, difesa, banche… chi lo controlla controlla mezzo pianeta.»
Hannibal alzò un sopracciglio, interessato.
«E adesso questo mezzo pianeta è nei guai, immagino.»
«Tre giorni fa sono entrati. Uniformi, armi, distintivi federali. Ufficio Federale per la Sicurezza Tecnologica. Hanno messo i sigilli, confiscato tutto e dichiarato il progetto “top secret per motivi di sicurezza nazionale”. Solo che il tipo che comandava, l’Ispettore Capo Sterling, non ha l’aria di uno che pensi alla sicurezza nazionale. Ha l’aria di uno che sta già contando i milioni.»
Amy intervenne, parlando con voce bassa ma tagliente:
«Sterling è un burocrate corrotto con la fedina penale più lunga del codice della strada. Ha già preso contatto con un gruppo di mercenari privati. Il prototipo va all’asta tra settantadue ore. Prezzo di riserva: cinque milioni di dollari.»
Prima che Hannibal potesse rispondere, la porta del retrobottega si aprì con un fruscio costoso.
Entrò un uomo alto, capelli perfetti, abito di seta grigio perla e occhiali Ray-Ban da aviatore che tolse con un gesto calibrato al millimetro. Templeton “Sberla” Peck posò una busta di carta su un manichino a forma di Yeti e sorrise come se fosse appena sceso da uno yacht.
«Scusate il ritardo, Colonnello. La fila al noleggio di imbarcazioni di lusso era indecente. E poi c’era questa ragazza che insisteva per darmi il numero…»
Il suo sguardo cadde su Vanessa. Il sorriso si allargò di un altro paio di centimetri, diventando l’arma di seduzione più collaudata della West Coast.
«Ma vedo che l’attesa valeva assolutamente la pena. Templeton Peck, per gli amici Sberla. E tu, se posso permettermi, sembri decisamente troppo interessante per essere solo “la vittima del giorno”.»
Vanessa lo fissò un secondo, poi rise di gusto, una risata secca e genuina.
«Vanessa Vance, ingegnere. E più che una semplice vittima, sono il bersaglio di un abuso di potere. Ti prego di non farmi la battuta sulla “tecnologia che ha bisogno di essere sbloccata”.»
Sberla si portò una mano al petto, fintamente ferito.
«Non ci pensavo nemmeno. Solo… se avessi bisogno di qualcuno che ti tenga compagnia mentre aspetti che il Colonnello elabori uno dei suoi piani geniali e leggermente suicidi, io sono a disposizione. Cena? Ballo? Fuga precipitosa verso il Messico?»
Hannibal spegne il sigaro nel portacenere a forma di teschio e si alzò.
«Basta così, Casanova. Abbiamo una scienziata da proteggere, un burocrate da umiliare pubblicamente e un microchip da recuperare prima che finisca nelle mani sbagliate. Sberla, mi servono un veicolo pesante, attrezzatura da saldatura industriale e almeno due identità false entro stasera. Amy, vieni con noi: mi serve il tuo naso da giornalista sul campo. Io vado a tirare fuori il nostro pilota preferito dal manicomio e a convincere P.E. che salire su un aereo non è la fine del mondo… anche se per lui lo è sempre.»
Si sistemò la giacca, riprese il sigaro e guardò Vanessa dritto negli occhi.
«Signorina Vance, da questo momento lei è sotto la protezione dell’A-Team. E se c’è una cosa che so fare bene, è far sì che i piani… vadano a buon fine.»
Il furgone li aspettava già nel vicolo dietro al negozio di costumi, parcheggiato di traverso come un animale predatore in agguato.
Era la GMC Vandura nera classica, modello 1983, vernice nera lucida che rifletteva le insegne al neon di Hollywood come uno specchio d’inferno. La striscia rossa laterale partiva dal cofano, scendeva lungo le portiere con una precisione quasi militare e si interrompeva solo per lasciare spazio alle due porte scorrevoli. I cerchi in lega cromati brillavano come denti di squalo. Sul tetto, le luci d’emergenza erano spente ma prontissime. Dentro odorava di pelle scura, olio motore e sigaro. Il vano posteriore era un laboratorio ambulante: cassette degli attrezzi ordinate con maniacale precisione, una saldatrice portatile, due fucili a pompa nascosti sotto il sedile, e il classico armadietto con la croce rossa che P.E. Baracus teneva sempre rifornito di bende… e di sedativi.
Hannibal era già salito, sigaro acceso, e sistemava i documenti falsi sul cruscotto con la calma di chi sta preparando una partita a scacchi.
Sberla si fermò un attimo sulla pedana. Si tolse gli occhiali da sole, prese la mano di Vanessa e la baciò con quella mescolanza perfetta di galanteria da playboy e vera premura che solo lui sapeva dosare.
«Vanessa… i minuti che passeranno prima di rivederti saranno lunghissimi. Cerca di non farti ammazzare nel frattempo. Sarebbe uno spreco criminale di bellezza e intelligenza.»
Vanessa scosse la testa, mezzo divertita e mezzo preoccupata.
«Tornate interi. Tutti e quattro. E tu, Sberla, cerca di non sedurre l’intera California mentre siete via.»
Sberla le fece l’occhiolino e salì. Amy salì subito dopo di lui, bloc-notes già in mano, e si sistemò sul sedile centrale. P.E. era già al volante, mani enormi strette sul volante come se volesse strozzarlo. Murdock ancora non c’era. E quello, ovviamente, era il problema.
Il furgone partì con un ruggito basso e soddisfatto. P.E. guidava come guidava sempre: con l’aria di chi sta già pentendosi di essere uscito di casa.
«Colonnello», grugnì dopo tre isolati, senza staccare gli occhi dalla strada, «io continuo a non capire. Perché dobbiamo andare a prendere quel matto? Possiamo risolvere questo casino anche senza avere un pazzo scatenato tra i piedi. Io questa volta non salgo su nessun aereo. Capito? Nessuno. Preferisco camminare fino in Arizona a piedi nudi piuttosto che volare. E se qualcuno anche solo pensa di farmi un’iniezione…»
Hannibal soffiò una nuvola di fumo verso il soffitto del furgone, senza nemmeno girarsi.
«P.E., tu sei il miglior meccanico e il miglior combattente che io abbia mai conosciuto. Ma senza Murdock siamo quattro tipi in un furgone nero. Con Murdock diventiamo un problema che nemmeno il Pentagono sa come gestire. Fidati del piano.»
P.E. borbottò qualcosa che suonava molto simile a «matto» e accelerò.
Il Veterans Administration Hospital di Los Angeles era quel tipo di edificio che sembrava progettato apposta per far venire la depressione anche a un cane felice. Muri grigi, finestre a grata, e un parcheggio pieno di auto di medici che guadagnavano troppo poco per il lavoro che facevano.
Sberla scese per primo, sistemandosi il colletto della camicia di seta con il gesto di chi sa esattamente quanto valga il proprio sorriso.
«Io vado alla reception. Voi fate i bravi e cercate di non far scattare nessun allarme… almeno per i prossimi cinque minuti.»
La receptionist era una bionda esplosiva, rossetto rosso fuoco, unghie lunghe e un cartellino che diceva “Cheryl – Come posso aiutarla?”. Aveva l’aria di chi aveva già sentito tutte le storie possibili e ne aveva ancora voglia.
Sberla si appoggiò al bancone con l’eleganza di chi sta per ordinare champagne in un ristorante a cinque stelle.
«Cheryl. Che nome meraviglioso. Scommetto che quando sorridi le luci al neon di tutta la contea diventano inutili. Io sono Templeton Peck, e ho un piccolo problema burocratico… e forse anche uno sentimentale, a seconda di come andrà questa conversazione.»
Cheryl lo squadrò da capo a piedi, poi sorrise. Era il tipo di sorriso che diceva “ho già visto di meglio, ma tu almeno ci sai fare”.
«Dipende da quanto è piccolo il problema, bell’uomo.»
Mentre Sberla continuava a lavorare d’incanto (e di promesse di cene in ristoranti con vista oceano), Hannibal era già sparito dal lato opposto dell’atrio. Indossava un camice bianco rubato chissà dove, uno stetoscopio al collo e una targhetta di plastica scritta a mano con pennarello nero: Dott. Wallace – Psichiatria Speciale.
Al secondo piano, stanza 214, il caos era già in corso.
Murdock stava in piedi sul materasso, braccia aperte come ali, e stava facendo il verso dell’aquila reale con una precisione impressionante. Due inservienti cercavano di afferrargli le caviglie mentre un terzo agitava una siringa come se fosse una bacchetta magica.
«Caaaaaw! Caw-caw! Sono l’Aquila di Hanoi e sto per spiccare il volo verso la libertà, soldati!»
Hannibal entrò con passo deciso, camice svolazzante e l'espressione di chi sa esattamente come risolvere ogni problema, «Lasciatelo stare, ragazzi. Da questo momento il paziente è sotto la mia responsabilità diretta.»
Uno degli inservienti lo guardò confuso.
«E lei chi sarebbe?»
Hannibal indicò la targhetta con un gesto teatrale, ispirando profondamente dal sigaro ancora acceso in bocca, sputando in fumo in faccia all'inserviente.
«Dottor Wallace. Psichiatria d’assalto. Specializzato in casi… particolarmente elevati. Capitano Murdock, scenda da quel letto. Abbiamo una missione della massima importanza. Serve un pilota. Uno vero. Uno che sappia far volare anche un frigorifero se necessario.»
Murdock smise di fare l’aquila. Gli occhi gli si illuminarono come luci di Natale.
«Colonnello? Colonnello Smith in persona? Finalmente! Stavo quasi per costruire un deltaplano con le lenzuola e le stecche delle sedie. Questi gentiluomini non capiscono l’importanza strategica di un buon verso d’aquila prima di una missione.»
Hannibal gli lanciò la giacca di pelle scolorita che aveva portato sotto il camice.
«In piedi, Capitano. Il mondo là fuori ha di nuovo bisogno di noi!»
Murdock saltò giù dal letto con un’eleganza da ginnasta ubriaco, indossò la giacca e salutò gli inservienti con due dita alla tempia.
«Ragazzi, è stato un piacere. Continuate a tenere in caldo la mia stanza. Tornerò… forse. O forse no. Dipende da quanti aerei riesco a far precipitare questa settimana.»
Uscirono dal reparto come se niente fosse, mentre dietro di loro si alzavano le prime urla di protesta. Sberla li aspettava già all’uscita, con il numero di telefono di Cheryl scritto sul dorso della mano e un sorriso da uomo che aveva appena vinto una piccola guerra senza sparare un colpo.
P.E., dal furgone, li vide arrivare e chiuse gli occhi con rassegnazione.
«Ecco il matto. Perfetto. Adesso manca solo che mi facciano salire su un aereo e la giornata è completa.»
Hannibal salì, sistemò il sigaro e chiuse la portiera con uno scatto secco.
«In marcia, P.E. Abbiamo un microchip da recuperare, un burocrate da rovinare e, con un po’ di fortuna, un aereo da far volare.»
P.E. girò la chiave. Il motore nero ruggì.
«Io non volo», ripetè, quasi come una preghiera.
Murdock, dal sedile posteriore, gli diede una pacca sulla spalla larga.
«Tranquillo, bestione. Questa volta ti porto io. E se chiudi gli occhi e pensi a qualcosa di bello… tipo chiavi inglesi e motori V8… nemmeno te ne accorgi.»
P.E. girò di scatto la testa, gli occhi già iniettati di rabbia.
«Zitto, matto!»
Poi si rivolse di nuovo al Colonnello, voce bassa e ferma come un motore diesel:
«Io non volo!»
Il furgone nero con la striscia rossa uscì dal parcheggio dell’ospedale e si infilò nel traffico di Los Angeles proprio mentre il sole cominciava a calare, tingendo di arancione il cielo e le promesse di guai.
P.E. guidava come se fosse al volante di una gran turismo in pieno circuito di Laguna Seca: piedi pesanti, cambi di marcia secchi, sguardi assassini a chiunque osasse tagliargli la strada. Il furgone nero con la striscia rossa fendeva il traffico del tardo pomeriggio come un siluro.
Sul sedile posteriore, Sberla controllava i suoi appunti con la solita nonchalance da uomo che ha già risolto mezzo problema prima ancora di scendere dal veicolo. Accanto a lui Murdock era impegnato in una seria e approfondita sessione di gioco con un cane invisibile. Gli grattava la pancia, gli tirava le orecchie e di tanto in tanto gli diceva «Bravo ragazzo, bravo» con voce da padrone affettuoso. Amy, seduta in mezzo tra i due, prendeva appunti a velocità impressionante, alzando di tanto in tanto lo sguardo per non perdersi nemmeno una battuta.
Dal sedile del guidatore si alzò una figura imponente, senza nemmeno rallentare. Catene d’oro luccicavano sul petto muscoloso di P.E. Baracus, abbinate alla sua inconfondibile cresta e a un’espressione capace di sciogliere l’acciaio.
«Murdock, se quel tuo cane invisibile sporca il mio furgone, io trasformo te in un fantasma invisibile!» ruggì, stringendo i pugni rivestiti di anelli pesanti.
Murdock si mise immediatamente a quattro zampe sul sedile, coda immaginaria scodinzolante.
«P.E., ti prego, sii gentile con gli animali! Lui si chiama “Capitano Ruggine” e ha già fatto il servizio in Vietnam. È un veterano, non un cane qualsiasi!»
«Zitti tutti e due!» intervenne Hannibal dal sedile del passeggero anteriore, spegnendo il sigaro nel posacenere del cruscotto. «Abbiamo un lavoro da fare. Amy ci ha confermato che Sterling ha trasferito il prototipo di Vanessa e tutti i suoi macchinari all’interno di una fortezza governativa dismessa nella valle di San Fernando. La struttura è blindata, circondata da reti elettrificate e pattugliata da venti agenti armati fino ai denti.»
«Ventuno,» precisò Sberla, alzando gli occhi dagli appunti. «Ma ho appena telefonato al loro centralino fingendomi il Generale Vance del Pentagono. Ho ordinato una consegna speciale di due tonnellate di materiale da costruzione per un presunto “ampliamento segreto”. Il camion arriverà tra un’ora.»
Amy alzò lo sguardo dal bloc-notes, un misto di ammirazione e preoccupazione sul volto.
«E chi guiderebbe questo camion?»
Hannibal sorrise, riaccendendo un nuovo sigaro con gesti lenti e rituali.
«Noi, mia cara. Ma prima dobbiamo fare una piccola fermata in un’officina abbandonata. P.E. ha bisogno di… personalizzare il mezzo.»
All’orizzonte, oltre i tetti bassi dei capannoni industriali, cominciò a profilarsi una lunga rete metallica. Dietro di essa, si intravedevano le silhouette di diversi aerei da trasporto e di un paio di jet privati parcheggiati su una pista secondaria. Il sole basso li faceva brillare di un arancione minaccioso.
P.E. strinse ancora di più il volante. La voce gli uscì già più bassa, più tesa, con quel tipico tono di chi sente arrivare la fine del mondo.
«Colonnello…» disse senza girarsi, «siamo sicuri che è qui che dobbiamo andare?»
Hannibal soffiò una lunga nuvola di fumo e guardò la pista avvicinarsi.
«Proprio qui, P.E. Proprio qui.»
Il furgone nero rallentò. Di fronte a loro, oltre il cancello socchiuso di un vecchio hangar, li aspettava un aereo cargo un po’ malconcio ma ancora capace di volare. Murdock si rialzò di scatto, occhi lucidi di gioia pura.
«Ohhh… che bellezza! Sembra un gabbiano ubriaco con le ali di latta. Lo adoro già.»
P.E. chiuse gli occhi e borbottò tra i denti, quasi una preghiera:
«Io… non… volo.»
Hannibal gli posò una mano sulla spalla massiccia, voce calma e irrevocabile.
«Vedremo, sergente. Vedremo.»
Mentre pronunciava quelle parole, con un gesto fluido e quasi affettuoso, la mano libera di Hannibal scivolò dietro la spalla di P.E. C’era già la siringa pronta, nascosta tra le dita. Un piccolo pizzicotto, un leggero sibilo, e il liquido trasparente entrò nel muscolo enorme.
P.E. spalancò gli occhi.
«Colonnello… ma che diavolo…»
Le parole gli si sciolsero in bocca. Le enormi mani si allentarono sul volante. La testa gli cadde leggermente in avanti, la cresta ancora perfetta, le catene d’oro che tintinnarono una sola volta. In meno di cinque secondi il sergente più temuto di Los Angeles era profondamente addormentato, russando con un suono basso e potente come un motore diesel al minimo.
Murdock batté le mani, entusiasta.
«Operazione “Sonnifero del Bestione” riuscita al cento per cento! Colonnello, lei è un artista.»
Sberla scosse la testa, già scendendo dal furgone per aprire il portellone posteriore.
«Un giorno di questi P.E. si sveglierà prima e ci farà a pezzi tutti quanti. Io intanto mi preparo un alibi.»
Amy chiuse il bloc-notes con uno scatto secco.
«Questo lo metto nel pezzo. Titolo provvisorio: “Come sedare un bestione di centodieci chili senza farsi ammazzare”.»
Hannibal sistemò il sigaro all’angolo della bocca e diede un’occhiata all’aereo che li aspettava.
«Caricatelo. Con delicatezza. E qualcuno gli tolga le chiavi dal cruscotto prima che si svegli e decida di accendere il furgone mentre siamo sull’aereo in volo.»
Mentre caricavano il corpo massiccio e profondamente sedato di P.E. Baracus a bordo del cargo, Murdock già canticchiava una canzone di guerra inventata al momento, Sberla controllava l’orologio e Hannibal guardava la valle di San Fernando all’orizzonte.
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Valle di San Fernando, fortezza governativa dismessa.
Il sole stava calando dietro le colline brulle e i riflettori appena accesi disegnavano lunghe ombre sulle reti elettrificate. Dentro, al piano terra di quello che un tempo era stato un deposito di munizioni, tre uomini erano riuniti attorno a un tavolo di metallo grigio.
L’Ispettore Capo Sterling era in piedi, giacca grigia stropicciata, cravatta allentata e un sorriso da squalo che aveva già mangiato troppe volte. Aveva l’aria di chi sa di essere intoccabile… almeno fino a quando i soldi non fossero entrati sul conto.
Accanto a lui sedeva il suo avvocato, Leonard “Lenny” Krauss, un tipo magro con occhiali a mezza luna e un completo che costava più di tre stipendi federali. Davanti a loro, l’ingegnere che aveva “collaborato” al sequestro, il Dr. Felix Morrow, stava sudando freddo davanti allo Scrambler-84.
«Non ci riesco», disse Morrow, frustrato, passando una mano sui capelli già radi. «Ho seguito ogni schema, ho ripercorso ogni circuito, ho anche forzato i codici di accesso… ma la ragazza ha messo almeno tre livelli di blocco che non riesco a scardinare. Senza di lei questo pezzo di meraviglia tecnologica è solo un costoso fermacarte.»
Sterling sbatté il pugno sul tavolo.
«Allora la farai parlare. O la farò parlare io.»
Lenny Krauss alzò una mano, voce calma e velenosa.
«Ispettore, la ragazza è stata interrogata due volte. Ha rifiutato di spiegare qualsiasi cosa. Ha detto solo una frase interessante: che “si è rivolta a qualcuno che può aiutarla”. Nient’altro. Nessun nome, nessun dettaglio.»
Sterling si voltò lentamente verso di lui.
«Qualcuno che può aiutarla?»
«Esatto. Ha usato proprio quelle parole. Poi ha chiuso bocca e non ha più parlato.»
Sterling restò in silenzio per qualche secondo, poi prese il telefono interno e digitò un numero.
«Harding? Sono Sterling. Voglio che i tuoi uomini si muovano. Subito. La Vance ha parlato di “qualcuno che può aiutarla”. Voglio sapere chi è, dove si trova e quanto sa. Controllate i suoi contatti, i telefoni pubblici che ha usato, i posti dove è stata vista nelle ultime quarantotto ore. Se qualcuno si sta muovendo per tirarla fuori da questo casino, voglio il nome prima che faccia anche solo un passo verso di noi. E Harding… se trovano qualcuno, non siate delicati.»
Riagganciò con uno scatto secco e si rivolse di nuovo all’ingegnere.
«Continui a lavorare. Voglio quel microchip funzionante entro due ore. Il compratore non accetta scuse.»
Morrow abbassò lo sguardo sul banco di prova, sudando ancora di più.
«Ci provo, Ispettore. Ma senza la ragazza… o senza qualcuno che conosca i codici… non garantisco niente.»
Sterling si versò un bicchiere di whisky e bevve un sorso lungo.
«Allora farò in modo che la ragazza torni a essere… collaborativa. O che chiunque stia cercando di aiutarla sparisca prima di diventare un problema.»
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Il camion bianco dei “materiali da costruzione” sbuffò entrando nel cortile dell’officina abbandonata ai margini della valle di San Fernando. Era un vecchio magazzino di riparazioni agricole, finestre rotte, insegne scrostate e un odore di ruggine e olio bruciato che sembrava uscito direttamente dagli anni Settanta.
Il veicolo si fermò con uno scossone.
Dal sedile posteriore arrivò un grugnito basso, confuso, e poi una voce che saliva di tono a ogni sillaba:
«Mi… avete… sedato… un’altra… volta!»
P.E. Baracus aprì gli occhi di scatto. La testa gli girava, le catene d’oro gli battevano contro il petto e la prima cosa che vide fu il volto di Murdock a pochi centimetri dal suo, sorridente come un bambino il giorno di Natale.
Murdock gli accarezzò delicatamente la spalla massiccia, voce dolce e materna.
«Non ti preoccupare, bambino… la tua mamma è qui per te.»
P.E. spalancò gli occhi ancora di più, già con un pugno mezzo chiuso.
«Toglietemi di torno questo matto prima che lo prenda a schiaffi!»
Hannibal scese dalla cabina del camion, sigaro già acceso, e batté due volte sul tetto del veicolo.
«Sergente. In piedi e al lavoro. Devi ispezionare l’officina e controllare tutto l’armamentario. Abbiamo meno di un’ora.»
P.E. scese dal camion barcollando leggermente, ancora intontito, ma già con l’aria di chi stava cercando qualcuno da prendere a male parole. Appena i piedi toccarono la terra battuta, si diresse verso il fondo dell’officina dove erano stati scaricati casse, saldatrici, tubi, bombole e pezzi di lamiera. Cominciò a inventariare tutto con gesti precisi e arrabbiati, borbottando tra i denti.
Murdock gli corse dietro quasi saltellando.
«Aspetta, bestione! Ti aiuto io a contare i bulloni! Uno… due… e questo è un bullone speciale perché ha la faccia di un ometto arrabbiato… proprio come te!»
Nel frattempo Sberla e Hannibal si avvicinarono a Vanessa, che li aspettava già nell’ombra di un pilastro, braccia conserte e un’espressione a metà tra il sollievo e la tensione.
«Ce l’avete fatta», disse lei a bassa voce. «Non pensavo che arrivaste così in fretta.»
Sberla le sorrise con la solita eleganza, anche se aveva ancora un filo di polvere di aereo sulla giacca.
«Una promessa è una promessa! E e Io mantengo sempre le promesse fatte ad una donna intelligente… soprattutto se è anche bella.»
Hannibal soffiò una nuvola di fumo e guardò verso il fondo dell’officina, dove P.E. stava già spostando casse come se fossero scatole di fiammiferi e Murdock tentava di “aiutarlo” in modo più creativo che utile.
«Abbiamo il mezzo, abbiamo gli attrezzi e abbiamo il piano», disse il Colonnello. «Adesso ci serve solo che tu ci dica esattamente cosa non deve assolutamente finire nelle mani di Sterling. Perché stasera andiamo a riprendercelo.»
Vanessa annuì, lo sguardo già più deciso.
«Lo Scrambler-84. E i codici di sblocco che ho tenuto solo io. Senza quelli, anche se lo aprono, non riusciranno a farlo funzionare del tutto. Ma se riescono a forzarlo…»
Hannibal le posò una mano sulla spalla, breve e rassicurante.
«Allora non gliene daremo il tempo.»
Dietro di loro, dalla profondità dell’officina, arrivò la voce di P.E. che ruggiva:
«Murdock! Se tocchi un’altra volta la mia saldatrice ti trasformo in un cacciavite!»
E quella di Murdock, imperturbabile:
«Ma è solo un coccolino, bestione… guarda come luccica!»
Amy, appoggiata al cofano del camion bianco con il bloc-notes aperto, scosse la testa e mormorò tra sé:
«Questo pezzo si scriverà da solo.»
***************
Meno di un’ora dopo, il camion bianco non era più lo stesso.
P.E. aveva lavorato come un demonio. Lamiera rinforzata sui fianchi, un aratro improvvisato saldato sul paraurti anteriore, due scarichi laterali modificati per sparare nuvole di fumo nero e, sul tetto, una torretta artigianale fatta con un vecchio sedile di trattore e una mitragliatrice recuperata chissà dove. Murdock, ovviamente, aveva insistito per dipingere due occhi arrabbiati e una bocca digrignante sul muso del veicolo.
«Adesso sì che sembra cattivo», aveva dichiarato soddisfatto, mentre P.E. borbottava «matto» per la ventesima volta.
Il cancello della fortezza si aprì senza troppe domande. Il finto «Generale Vance» aveva fatto il suo dovere: i guardiani si aspettavano un camion di materiali da costruzione. Quello che non si aspettavano era un mostro d’acciaio che accelerò improvvisamente e sfondò il secondo cancello interno come se fosse di cartone.
L’allarme partì un secondo troppo tardi.
Il camion irruppe nel deposito principale con un ruggito metallico. La rampa posteriore si abbassò ancora prima che il veicolo si fermasse del tutto e l’A-Team scese come una sola cosa.
P.E. fu il primo a toccare terra. Afferrò il guardiano più vicino e lo scagliò contro una cassa di munizioni come se fosse un sacco di patate. Due altri cercarono di puntargli le armi: finirono entrambi a terra in meno di tre secondi, uno con una chiave inglese stampata sulla mascella e l’altro con un pugno che sembrò far tremare le fondamenta.
Sberla, pistola in una mano e sorriso affilato, si mosse con la precisione di chi ha passato la vita a far sembrare tutto facile. Due colpi netti, due armi che volarono via dalle mani dei mercenari. Poi un terzo uomo cercò di prenderlo alle spalle: Sberla si voltò, gli sparò ai piedi per farlo ballare e lo stese con un calcio elegante quanto letale.
«Scusate, ragazzi», disse sistemandosi il colletto, «ma stasera la pista da ballo è riservata.»
Murdock, intanto, aveva conquistato una posizione elevata su una scala a pioli e stava sparando raffiche alternate a versi di animali. Ogni tanto urlava «Caw-caw!» o «Qui la volpe ha fame!» mentre i proiettili facevano saltare scintille ovunque. A un certo punto afferrò un estintore, lo lanciò contro un gruppo di guardie e lo fece esplodere con un colpo preciso, riempiendo metà del capannone di schiuma bianca.
«Attenzione! Nevica in anticipo quest’anno!»
Hannibal avanzava al centro del caos, sigaro ancora acceso, come se stesse facendo una passeggiata domenicale in un campo di battaglia. Ogni tanto sparava due colpi precisi, ogni tanto dava ordini secchi.
«P.E., sinistra! Sberla, copri il fondo! Murdock… cerca di non far crollare il tetto!»
Sterling, l’avvocato e l’ingegnere erano barricati dietro il banco dove stava lo Scrambler-84. Sterling aveva già sguainato una pistola, il volto contorto dalla rabbia.
«Fermateli! Fermateli maledizione !»
Ma i suoi uomini stavano cadendo uno dopo l’altro. P.E. era una furia inarrestabile: prendeva le persone e le usava come proiettili umani, sfondava porte con la spalla e a un certo punto afferrò un intero carrello elevatore e lo scagliò contro un gruppo di mercenari che cercavano di riorganizzarsi.
Sberla e Murdock, fianco a fianco, coprivano il lato destro con un fuoco di copertura tanto preciso quanto demenziale. Murdock sparava e commentava ogni colpo come se stesse facendo la radiocronaca di una partita.
«E questo è fuori! E anche questo! E quello laggiù ha appena deciso di fare una pausa caffè prolungata!»
Alla fine, quando la sala fu piena di fumo, schiuma, casse rovesciate e uomini a terra che gemevano più per l’umiliazione che per le ferite, Sterling rimase solo.
Hannibal gli si avvicinò con calma, spegnendo il sigaro sul bordo di una cassa.
«Ispettore Capo Sterling. Credo che la sua asta privata sia appena stata… annullata.»
Sterling alzò la pistola con mano tremante.
«Lei non sa con chi ha a che fare…»
Hannibal non gli diede il tempo di finire la frase.
Un pugno secco, preciso, pieno di anni di frustrazione e di giustizia sommaria, lo centrò in pieno volto. Sterling volò all’indietro, piombò a terra e rimase fermo, con un nuovo e poco lusinghiero gonfiore sotto l’occhio destro.
P.E. si fermò accanto al Colonnello, ancora ansimante, le nocche sporche di grasso e sangue.
«Finito?»
Hannibal guardò il deposito devastato, lo Scrambler-84 ancora intatto sul banco, Vanessa che entrava dalla porta secondaria insieme ad Amy, e i suoi tre compagni che si stavano già riunendo.
Sorrise, quel sorriso storto e soddisfatto che compariva solo quando tutto era andato esattamente come previsto… o meglio.
«Finito.»
Si accese un nuovo sigaro, tirò una boccata lunga e guardò i suoi uomini.Fuori, le sirene della polizia cominciavano a farsi sentire in lontananza.
Era stata Amy a chiamarle, come sempre. Era rimasta indietro, nascosta dietro un muro di casse vuote, con il bloc-notes ancora in mano e il sorriso di chi sa di aver appena vissuto un pezzo da prima pagina. L’A-Team spariva. Lei restava. Era il loro accordo non scritto da anni.
Nel cortile del deposito devastato, Vanessa strinse la valigetta con lo Scrambler-84 al petto, guardando il gruppo con un misto di ammirazione e incredulità.
«Non so davvero come ringraziarvi», disse. «Avete distrutto un’intera base in meno di venti minuti.»
«Siamo specializzati in soluzioni rapide», rispose Hannibal con un gran sorriso, riaccendendosi l’immancabile sigaro.
Vanessa si voltò verso Sberla, che era appoggiato al cofano del furgone nero con un’aria irresistibilmente disinvolta. La giovane si avvicinò, gli prese il bavero della giacca di seta e lo baciò con passione sulla guancia, lasciandogli un leggero segno di rossetto.
«Allora, Peck… riguardo a quella cena che mi avevi promesso?» gli sussurrò all’orecchio.
Sberla si sistemò la cravatta, visibilmente soddisfatto, e le rivolse il sorriso più collaudato della West Coast.
«Ti passo a prendere venerdì alle otto. Conosco un piccolo ristorante a Malibu dove la vista è quasi bella quanto te.»
Sullo sfondo le sirene si facevano più vicine, rompendo la quiete della sera.
«Tempo di andare, ragazzi!» gridò Hannibal. «P.E., scalda i motori!»
«Murdock, se ti avvicini al mio cruscotto ti spello vivo!» ringhiò P.E., saltando al posto di guida e facendo ruggire il motore V8 del furgone.
Murdock salì al volo nel retro, facendo salutare il suo cane invisibile dal finestrino aperto.
«Ciao-ciao, Capitano Ruggine! Ci rivediamo al prossimo disastro!»
Amy, ancora a distanza di sicurezza, alzò una mano in un saluto rapido. Sberla le rispose con un cenno del capo prima di salire a bordo insieme a Vanessa, che per un attimo esitò e poi decise di salire anche lei: almeno fino al primo incrocio sicuro.
Hannibal fu l’ultimo a salire. Si mise il sigaro tra i denti, osservò il fumo denso salire verso il cielo al tramonto e, guardando l’orizzonte mentre il furgone nero con la striscia rossa sgomma via lasciando una lunga scia di gomma bruciata, pronunciò le parole che amava di più:
«Vado matto per i piani ben riusciti.»
Il furgone sparì nella notte di Los Angeles, lasciandosi dietro solo polvere, sirene e un deposito federale che non sarebbe più stato lo stesso.
Dieci anni fa, gli uomini di un commando specializzato operanti in Vietnam vennero condannati ingiustamente da un tribunale militare. Evasi da un carcere di massima sicurezza, si rifugiarono a Los Angeles vivendo in clandestinità. Sono tuttora ricercati, ma se avete un problema che nessuno può risolvere, e se riuscite a trovarli... forse potrete ingaggiare il famoso A-Team.
Fine