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I tuoi occhi di mare contenevano già l’abisso che hai cercato per anni di prosciugare negli altri. Avevi le mani consumate dal proteggere chi non aveva più patria né nome, quei vinti arrivati dalla parte sbagliata del mondo a cui hai offerto un approdo, dimenticando però di tenere un’ancora per te stesso. In fondo lo sapevi, con quella saggezza amara di chi ha compreso prima degli altri che il proprio tempo qui era semplicemente finito, che la materia s'era fatta troppo pesante e la sabbia nella clessidra era arrivata all'ultimo granello.
Abbiamo parlato per codici anche l’ultima sera. Parole affilate come schegge di vetro, lasciate cadere nel silenzio della stanza tra le tazze di caffè ormai fredde e l’eco lontano di sei corde che trapassavano l'anima. Parole dirette soltanto a noi, per far sapere all'altro che eravamo ancora lì, avvolti in quei cerchi di fumo che salivano lenti verso un soffitto diventato troppo basso per contenerti.
Per un istante siamo tornati ragazzini. Con i piedi sporchi di terra e il naso all’insù, sdraiati a pretendere risposte da un cielo troppo grande e da un futuro che per te era ormai solo una promessa scaduta. Ma sotto la superficie di quella notte avevi già intagliato il tuo buco nero di nulla, un taglio preciso nel firmamento. C'era la consapevolezza lucida e stanca di chi decide che è ora di congedarsi, la necessità di sciogliere ogni nodo e lasciare che l'anima trovi finalmente il suo spazio, libera dal peso del mondo e dall'impalcatura dei giorni.
Nessun odio, nessuna rabbia, solo la resa spietata di chi ha dato tutto e non ha più fiato. Sei voluto partire. Hai raccolto i tuoi pensieri persi nella brezza, hai appeso gli ultimi desideri con le puntine da disegno sui soffitti del cielo e ti sei spinto dove l’acqua era troppo profonda per chiunque di noi. Hai staccato l'ombra da terra senza fare rumore, sciogliendo ogni catena per spiccare quel volo verso l'abisso che per te era l'unica pace possibile.
Resta solo questo spazio cavo, una voragine che ha la forma esatta del tuo passo. Il vuoto che hai lasciato non è un semplice silenzio: è una crepa nell'aria, un'assenza che pesa su ogni stella che continuo a guardare da sola. È la sensazione di parlare ancora per enigmi, ma senza più nessuno dall'altra parte capace di decifrare il codice. C'è un freddo diverso nel mondo da quando hai chiuso la porta.
Il destino si è voltato con un inchino riverente di fronte alla tua folle, intima verità.
Io resto qui, con il mio cuore di vetro sottile e il riflesso della luna che acceca ciò che abbiamo perso. Guardo il cielo spento e cerco ancora i tuoi segnali di fumo nel buio.
Sei voluto partire, amico mio. E a me non resta che imparare a guardare questo cielo che ha perso il suo colore.